Stesso link, cambio di nome del Blog e una diversa "mission". Non più i post del mio esplorare la vita, ma uno strumento militante. Story perché ogni cosa racconta la parte più significativa della mia vita e perché la storia di ognuna di noi finisce con la morte e quindi la storia, per ora continua con nuovi post e History perché perché c'è molto di "passato" atto a ricostruire la storia del movimento Transgender del decennio 2000 - 2010, approssimativamente
domenica 14 agosto 2011
MATRIMONIO GAY A CUBA? COM. STAMPA
NESSUN MATRIMONIO GAY A CUBA
giovedì 28 luglio 2011
LEGGE OMOTRANSFOBIA BOCCIATA: NON E' CAMBIATO NIENTE
mercoledì 6 ottobre 2010
Dimissioni da presidente Crisalide PanGender
lunedì 28 dicembre 2009
piccolo Manifesto PanGender
Teoricamente, si sarebbe potuto usare – con maggiore precisione – il termine “pangender identity”, o “panidentitàdigenere”, ma il risultato sarebbe stato – dal punto di vista fonetico - poco comprensibile, mentre “identità pangender” avrebbe avuto un sapore identificativo di una specifica condizione. Cosa che assolutamente non è e non vuole essere la ragione di questo Manifesto.
Wikipedia internazionale, infatti, definisce la parola pangender con due diversi significati.
Cosa differenzia la nostra visione da quella dei Radical Fairies?
Se il Genere è quindi un “continuum”, il posizionamento individuale al suo interno è definito con il termine “Identità di Genere”.
Tutte le “definizioni” sopra esposte sono utili a capire la natura del Pangender. Le interpretazioni restrittive date ai termini “Genere” (maschile o femminile), “Identità di Genere” (esclusivamente la condizione “trans”) e “Orientamento Sessuale” (esclusivamente etero od omo) non producono una fotografia reale delle identità personali, in ambito di genere e orientamento delle persone.
La forma “sommatoria” (L+G+B+T ed eventuali code Q e I, di Queer e Intersessuali) di questo movimento ha raggiunto il massimo delle sue potenzialità, spesso attraverso forzature non realistiche da parte dei vertici associativi nei confronti delle loro stesse categorie di riferimento (nessun vertice di associazione gay o lesbica o transgender dichiara pregiudizi verso le altre “categorie”, ma le basi reali, le/gli iscritti, le/i simpatizzanti se ne portano spesso dietro a decine). Al di là dei pregiudizi, è quasi sempre l’impostazione culturale della propria condizione a rendere anche i vertici incapaci di comprendere le altre realtà appartenenti alla sigla-sommatoria.
Quei rari casi di capacità di “immedesimazione” rispetto alle altre realtà interne al movimento, appartengono quasi sempre a singoli/e o piccole associazioni che già, nei fatti, affrontano la propria ragione d’essere in una prospettiva “pangender”, anche inconsapevolmente.
Paradossalmente, più ci si rifiuta di vedere le quasi infinite possibilità identitarie dei relativi diversi e 'moltiplicati' orientamenti sessuali, più le persone fanno fatica a riconoscere un reale comune denominatore che le faccia sentire in piena legittimità di esistere e facenti parte di una realtà con mille differenze.
Tanto più si accettano le molteplicità di genere e di orientamento sessuale e tanto più le coscienze si avvicinano (persino in ambito “etero”, difficilmente raggiunto dal movimento L+G+B+T, se non in termini di solidarietà esterna). Il termine pangender inizia ad acquisire un suo senso e consistenza.
Il Manifesto Pangender ritiene falsa l’idea secondo la quale, aumentando le definizioni di sé, dando un nome ad ogni cosa che differisca dalle altre, si generi un frazionamento che produce isolamento e frammentarietà identitaria. Nella visione Pangender, “i nomi” dati alle differenze, servono a meglio definire ma non a separare, proprio perché il Pangender vede in queste differenze esclusivamente un dato conoscitivo di sé, senza alcuna valenza etica qualitativa e senza classifiche di “migliore” e “peggiore”. Vede, inoltre, il denominatore comune che abbraccia ogni Identità di Genere ed ogni Orientamento Sessuale.
Si moltiplicano Generi e Orientamenti perché ogni persona trovi liberamente il proprio posto nel teatro della vita ed eventualmente la propria “definizione” nella logica di un molteplice continuum.
Perché “Pangender” prima che “Pansessuale”? Perché pur essendo Genere e Orientamento Sessuale (meglio Affettivo e Sensuale) talvolta indipendenti l’uno dall’altro e talvolta interdipendenti, interagenti fra loro, resta una priorità dell’Identità di Genere riassunta nella domanda:
Per la coscienza pangender, la differenza fra la persona nata maschio che transiziona a donna e l’uomo che si sente tale ma vive con ruoli di genere attribuiti al femminile, è fondamentalmente quantitativa.
Ciò detto, è altrettanto evidente che, comunque, la quantità abbia un proprio peso anche nella qualità delle reazioni negative di una società maschilista, sessista, eterosessista e genderista.
L’adesione al “Manifesto Pangender” implica, quindi, il farsi carico delle diverse reazioni alle diverse “singolarità” che include, anche in ragione del diverso peso dello stigma sociale riversato sulle diverse modalità e quantità di disubbidienza alla binarietà sessuale, di genere e di identità di genere.
Lo scopo del Pangender è quello di promuovere la libertà di espressione di tutte le Identità di Genere, di tutti i “gusti” che differiscono dagli Stereotipi di Genere riferiti alle appartenenze sessuali e agli Orientamenti Affettivi e Sensuali (tra adulti consenzienti) e quindi riguarda chiunque – a prescindere dal proprio posizionamento identitario – ritenga di essere parte di un disegno più ampio rispetto alle libertà di espressione individuale.
Novembre 2009
Copyrighted Mirella Izzo 2009 - 2017
mercoledì 2 settembre 2009
MENO DIRITTI = AUTORIDUZIONE DEI DOVERI - Lettera aperta al Movimento sulle violenze omotransfobiche
"meno diritti = autoriduzione dei doveri"
Crisalide AzioneTrans, nel dare indicazione ai propri iscritti e simpatizzanti di partecipare alla manifestazione di questa sera alle ore 22.00 a Roma, nella "Gay Street (via San Giovanni in Laterano) ed ad eventuali successive manifestazioni organizzate dal movimento LGBT, coglie l'occasione per ricordare ancora una volta che - secondo la propria opinione - le mere manifestazioni di piazza non sono più uno strumento efficace di lotta per l'ottenimento dei diritti delle persone LGBTQI, per la tutela della libertà di espressione della propria identità di genere ed orientamento sessuale, per la promozione della qualità di vita delle persone che fanno riferimento al nostro movimento.
E' noto a tutti come sia il Pride a Roma sia il Pride Nazionale di Genova di questo 2009 siano stati oscurati dai media nonostante la massiccia partecipazione popolare ad entrambe le manifestazioni. E' altrettanto noto che in questi ultimi mesi, settimane e giorni, lavoratori a rischio del proprio posto di lavoro, cittadini (ed extracomunitari) sfrattati da alloggi occupati per necessità, siano stati in grado di attirare l'attenzione dei "media" e quindi dei cittadini italiani (che se non vengono messi a conoscenza dei fatti non possono neppure essere accusati di disinteresse) sui loro specifici problemi, attraverso atti dimostrativi più o meno eclatanti (arrampicandosi sul Colosseo o su altre strutture monumentali della Capitale, occupando stazioni e binari, attuando scioperi della fame, ecc.)
Se il diritto al lavoro ed alla casa sono diritti costituzionali, altrettanto si dovrebbe dire del godimento della libertà ad esistere e ad esprimersi secondo propria attitudine. Diritto variamente negato - in diversa misura e tipologia - a gay, lesbiche, transgender, intersessuati. Una carenza di diritti civili elementari, sancita per legge (o per assenza delle stesse), inaccettabile in una democrazia occidentale, in un paese che si dichiara libero e che è governato da un partito che, nel nome, inneggia alla libertà come valore fondante della natura umana.
A cosa ci riferiamo:
- Omosessuali e talvolta Transgender ed intersessuati non hanno diritto al riconoscimento legale e civile delle proprie unioni affettive (matrimonio);
- Le persone Transgender non godono del diritto elementare ad esprimere la propria Identità (di Genere) sentita, se non a condizioni aprioristiche, ideologiche e, per molti, vessatorie;
- Alle persone che nascono intersessuate viene negato persino - fin dalla nascita - il diritto a sviluppare la propria identità personale a causa di arbitrari interventi di chirurgia genitale e attribuzione all'uno o l'altro sesso ben prima che si possa sviluppare una coscienza di sé e, di conseguenza, anche una identità reale e sentita.
- Per Omosessuali e Transgender non vengono applicate le norme sulle pari opportunità fra i sessi nel mondo del lavoro, seppur esplicitamente previste dal Parlamento e dalle Corti Europee. Lo Stato non ha ovviamente mai neppure immaginato le - anch'esse previste - "azioni positive" per facilitare le "pari opportunità" per le persone LGBTQI.
Alle persone Transgender, costrette a vivere con documenti discordanti per tutta la vita, viene negato, alla radice, il diritto alla privacy per dati estremamente sensibili come quelli relativi all'identità, al sesso, alla salute.
Come se non bastassero questi fatti oggettivi di carenza di diritti, attraverso la scusa della "sicurezza" dei cittadini, l'attuale governo ha avviato azioni che spingono alla diffidenza e all'odio verso qualsiasi differenza (o diversità, termine che non amiamo ma di più facile comprensione).
I risultati non sono tardati ad arrivare: dai respingimenti fino alla mancata assistenza in mare dei profughi, dalla supposta e falsa dichiarazione di innaturalità delle relazioni omosessuali e delle varianti delle identità di genere alle violenze che normalmente conseguono a prese di posizione di tal fatta. Così come i nazisti ci hanno messo anni a diffondere - attraverso una sistematica campagna d'odio - la diffidenza verso gli ebrei, per poterne poi organizzare lo sterminio con l'accondiscendenza della maggior parte della popolazione tedesca, altrettanto, il Governo - con l'aiuto delle gerarchie Vaticane - sta preparando il terreno per infondere nella popolazione la diffidenza e - nelle teste calde - l'odio, verso le persone LGBTQI (e non solo LGBTQI, ma anche immigrati ed altri soggetti resideboli)
L'aumento della violenza è un segno inequivocabile di questo processo: la carenza di diritti di qualsiasi comunità, da sempre, è un elemento fondamentale per scatenarle contro l'odio diffuso.
Crisalide AzioneTrans ritiene pertanto insufficiente l'organizzazione di manifestazioni di piazza come reazione del movimento LGBTQI Italiano a quanto sta accadendo. Aderisce alle manifestazioni con la speranza che siano fondamentalmente il luogo in cui diffondere la disubbidienza civile secondo lo slogan "Meno diritti = meno doveri".
Fino a che le persone LGBTQI non avranno raggiunto una parità assoluta nel godimento di elementari diritti civili con il resto della popolazione, non si vede motivo per cui i doveri dovrebbero invece essere uguali per tutti.
Crisalide AzioneTrans pertanto invita tutte le Associazioni e le persone LGBTQI non aderenti all'associazionismo ma che davvero sentono il peso della discriminazione e dell'insicurezza sulla propria pelle, ad assumersi responsabilità collettive ed individuali nell'immaginare azioni non violente di disubbidienza civile, di autoriduzione dei doveri fiscali, di atti dimostrativi che possano anche mettere a repentaglio salute e vita di chi volontariamente deciderà forme di lotta e resistenza passiva, quali scioperi della fame, della sete, dell'assunzione di farmaci, e quant'altro ognuno, per la sua parte, vorrà "mettere in gioco" per la causa. Chiede che il Movimento si faccia carico e promuova, coordini o tuteli forme di lotta più incisive rispetto alle sole manifestazioni di piazza che vengono spesso dimenticate il giorno stesso in cui si svolgono.
La presidenza di Crisalide AzioneTrans si dichiara personalmente pronta ad intraprendere forme di lotta e disubbidienza civile organizzata, qualora fosse raccolta l'istanza al movimento LGBTQI italiano di iniziare a pensare e realizzare un piano nazionale di autodifesa dei cittadini LGBTQI, attraverso forme di lotta non violente ma che abbiano in sé la capacità di determinare conseguenze, qualora ignorate.
Auspica che ogni manifestazione che si svolgerà in Italia da oggi in poi - cui Crisalide aderisce, in linea di principio, fin da ora - rappresenti il terreno nel quale condividere e mettere in atto, forme di lotta reali e concrete, che superino (senza cancellarle) i cortei o i "sit in" e le "piattaforme rivendicative". Queste ultime dovrebbero sempre avere un destinatario preciso che, qualora non dovesse rispondere, si assumerà le responsabilità di provocare forme di lotta più marcate e decise.
Genova 2 settembre 2009
Mirella Izzo
Crisalide AzioneTrans - Genova
Mirella Izzo
Presidente
giovedì 23 aprile 2009
50 anni e due satori
50 ANNI E 2 SATORI
Nel giorno del mio 50esimo compleanno, mezzo secolo, e intorno ai 2/3 del “cammin di nostra vita” - secondo l’aspettativa di vita media occidentale – ritengo di dover raccontare qualcosa di cui mai ho fatto cenno con alcuno, in precedenza.
Ho avuto molti Maestri nella mia vita. Tra i più significativi ci sono l’osservazione degli infiniti itinerari di ogni storia umana, le leggi dell’Universo secondo la moderna cosmologia, le moderne neuroscienze, la genetica e l’epigenetica. Dall’altra parte e contemporaneamente ho imparato cose fondamentali dai bambini, spesso i più piccoli fra loro e dagli anziani.
I bambini se li ascoltassimo, hanno la capacità di “fulminarti” con intuizioni sulla vita, (spesso sulla tua), che neppure il miglior psicologo al mondo ne sarebbe capace.
Io li ho sempre ascoltati e ho decine di grazie per loro perché mi hanno – per la loro parte - insegnato a vivere. Del resto io con loro parlo come con gli adulti. Uso solo un linguaggio più semplice ma non so dar loro ordini. Preferisco spiegare e se sono capace a farlo, capiscono e quindi “obbediscono” per scelta e non per imposizione.
Gli anziani invece sono “lenti” e bisogna stare anche ore ad ascoltare le loro infinite perifrasi, le loro storie antiche, affinché si riesca a disvelare le perle di saggezza che queste storie contengono. Parlo degli anziani “invecchiati bene”… purtroppo sono sempre di meno nell’attuale organizzazione della vita. Per fortuna ho un’età che mi ha consentito di conoscere – nella gioventù – molti anziani rispettati, figli della tradizione contadina.
Se gli insegnamenti dei bambini sono vere e proprie “rivelazioni”, quelli degli anziani sono portatori, spesso, di una saggezza concreta ed empirica, capace di far cadere i nostri stupidi sogni che vorremmo far diventare case, senza neppure avere costruito le fondamenta perché i sogni possano diventare di carne o di pietra, di anima o di materia.
I bambini poi sono capaci di comunicare vibrazioni sottili anche nell’età precedente al linguaggio, se sai sintonizzarti sulle loro “frequenze”.
Ricordo un capodanno, negli anni più confusi della mia vita, in cui finii in una specie di festa casalinga con persone poco conosciute. Eravamo in campagna in una casa a due piani. Dopo un’ora di chiacchiere adulte io già mi iniziavo ad annoiare. Al piano di sopra dormiva una bambina di 4-6 mesi. Intorno alle 23 chiesi di poterla andare a vedere. Andammo tutti ma gli altri tornarono ai loro vini, alle loro chiacchiere, alle loro confuse biografie che si raccontano in serate come quelle.
Io restai da sola con lei. Ovviamente non parlava ma si era svegliata. Mi accucciai accanto alla sua culla e immediatamente si verificò un contatto visivo e fisico. Dopo poco, tenendomi tipicamente un dito fra le sue manine e facendosi accarezzare leggerissimamente sul capo e sul volto, iniziò ad interagire anche a livello verbale. Emetteva i suoi gorgoglii e suoni come in un latihan orientale. Dentro di esso – fu un po’ un momento magico – io iniziai a comprendere il senso dei suoi suoni accompagnati da una mimica facciale, da sorrisi disarmanti, risatine e movimenti del corpo. Persi totalmente il senso del trascorrere del tempo. Anche io iniziai il mio latihan verbale, talvolta con parole, altre con i miei suoni e i miei sorrisi. Era molto felice della mia presenza e comprendeva perfettamente l’abbandono che stava vivendo dai suoi genitori, anche se non ne soffriva particolarmente, essendovi abituata, come accade a moltissimi infanti, lasciati da soli nelle loro “tane”, magari con qualche meccanismo targato “beghelli” per sentire se qualcosa non và ed eventualmente accorrere nel momento del bisogno.
A prescindere dal fatto che un bambino di quell’età il bisogno lo ha sempre, non solo se corre pericoli di vita.
Fui risvegliata dal fracasso delle bottiglie stappate per la mezzanotte e, pochi minuti dopo, dall’arrivo della mandria umana adulta a salutare chiassosamente la bimba.
Il disappunto fu evidente nella sua comunicazione non verbale che io ormai comprendevo. Provai a scusarmi per questi casinisti che riempivano di rumori assordanti, orecchie ancora memori dei suoni dolci e attenuati del ventre materno.
In realtà, lei stessa mi tranquillizzò… come a dirmi che anche a questo ormai si era abituata. A quel punto, gli adulti, dopo aver rotto le energie sottili che trasmettono e ricevono i bambini piccoli, gli adulti pensarono bene di tornare a bere di sotto e questa volta, accortisi della mia assenza, mi reclamarono con frasi del tipo: «non ti isolare, dai… » o, peggio, «perché te ne stai qui nella solitudine, vieni giù».
Solitudine? La solitudine era con loro e con l’inutile utilizzo del dono delle corde vocali e del linguaggio. Chiesi un secondo, mi congedai con la piccola e mi rassegnai a tornare giù, anche perché iniziavo a vedere negli occhi della madre quello sguardo interrogativo e non amichevole di chi “tocca” quei figli che però abbandonano con grande nonchalance.
I bambini inoltre – tutti senza eccezione – sono stati gli unici a capire perfettamente il senso della mia transizione. Nessuno scandalo e tanta solidarietà per una persona che - come i loro personaggi di fiabe e fumetti - voleva usare la “magia” per essere e sentirsi se stessa. Se Cenerentola poteva trasformarsi da sguattera in principessa, perché non un uomo infelice in donna? La meravigliosa assenza di sovrastrutture mentali nei bambini, purtroppo talvolta è rovinata da condizionamenti precoci all’odio, alla diffidenza, al nascondimento delle realtà della vita degli adulti (realtà che di norma capiscono perfettamente anni prima che genitori imbarazzati si decidano a parlarne).
I bambini sono il “punto di partenza” della vita umana e i cosiddetti “illuminati”, i maestri di vita, devono tornare ad essere infanti con un solo dono in più: la consapevolezza conquistata nell’età adulta. Per il resto non vi sono differenze.
Quegli anziani che hanno saputo usare la vita per diventare saggi, sono veri e propri iniziatori, battezzatori ad una nuova vita, se li sai ascoltare ed interpretare dentro la tua realtà.
E’ poi arrivato Osho di cui sono diventata discepola. Non perché sia per me un “semidio”, ma semplicemente per la grande quantità di chiavi che è capace di offrire per aprire le innumerevoli porte che sbarrano la via a chi vuole dare un senso alla propria vita. Sono dei Giovanni Battista in attesa di giovani “Gesù” da iniziare.
Ed è di alcune parole di Osho… Maestro come colui che offre tutte le chiavi ma lascia la libertà di scegliere quella giusta per te (o anche di rifiutarle tutte)… di cui mi servirò oggi. Non come “adorante” ma come discepola.
Chi adora Osho, oggi, è rimasto attaccato al dito che indica la luna. Io sento una profonda gratitudine ma nessuna tendenza a divinizzarlo, propagandarlo, ecc.
Vi è un passaggio dai suoi commenti ai Vangeli che più facilmente di altri - forse perché commenta un testo a noi occidentali, più familiari di altri di origine orientale - mi aiuta a fare capire alcune cose di me che voglio, per la prima volta, tentare di condividere, a mio rischio e pericolo.
Parlando del battesimo di Giovanni a Gesù, ovvero di come sia possibile che una persona meno consapevole possa purificarne, iniziarne una più consapevole, Osho, fra tante altre importanti cose, dice:
L’iniziazione non è così semplice. Puoi essere iniziato solo da qualcuno che ha conseguito come minimo il primo satori, il primo samadhi.
Esistono tre satori. Il primo indica che hai avuto un’intuizione da molto lontano: hai visto l’Himalaya da molto lontano, risplendere nel sole. Quello è il primo satori. Il secondo satori accade quando hai raggiunto la vetta. Sei arrivato. E Il terzo satori accade quando tu e la vetta vi fondete. Quello è l’ultimo samadhi, l’assoluto.
Chi ti dà l’iniziazione deve aver conseguito quanto meno il primo. Se non lo ha conseguito, l’iniziazione è solo fittizia. Questo è un presupposto del Maestro: deve quanto meno aver conseguito il primo satori.
E da parte del discepolo occorre moltissimo, perché se il discepolo non è pronto, attraverso una profonda meditazione e purificazione, attraverso una profonda catarsi e pulizia interiore… anche se il Maestro è presente, non gli permetterai di raddrizzare la tua coppa. Opporrai resistenza, non ti arrenderai, non sarai in uno stato di abbandono.
Io ho conseguito i primi due satori, quelli che Osho chiama così, secondo la tradizione orientale.
Una premessa. Quando Osho enumera i tre satori, enumera tre qualità di beatitudini figlie di un nuovo livello di consapevolezza. Può accadere mille volte il primo e, successivamente, anche mille volte il secondo. Solo il terzo accade e resta definitivamente in te, come qualità del tuo essere. Il terzo satori è la cosiddetta “illuminazione”, “realizzazione”.
Inoltre non sempre i primi due satori arrivano come la famosa “mela sulla testa di Newton”, improvvisamente (ammesso e non concesso che la storiella sia reale). Solo se frutto di meditazione o di preghiera o di semplice “silenzio interiore”, anche non cercato, possono avere una precisa identificazione del momento. Se provengono dall’intuizione, dall’amore, dalla dedizione, dalla devozione (a persone o a ideali… non ideologie), specie il primo satori è possibile che neppure venga identificato come tale, se non dopo un certo periodo di tempo.
Il primo satori lo raggiunsi a seguito delle esperienze che feci con l’LSD dai 17 ai 18 anni. Chiarisco la parola “a seguito”. In realtà l’LSD a me ha solo fatto vedere, dimostrato, che esistono altri possibili livelli di coscienza. Una visione che però è totalmente in balia della sostanza e non realmente propria. A me però ha come confermato un qualcosa che sentivo dentro fin dai miei primi ricordi infantili, quando, di notte, non riuscivo ad addormentarmi, intorno ai 4-5 anni, riflettendo sulla morte e sulle sue implicazioni.
Lo slogan “Allargate l’area della coscienza” del poeta americano Allen Ginsberg, riferendosi alle esperienze allucinogene del “peyote” (mescalina), del “teonanactl” o “carne degli dei” (psilocibina) e dell’LSD (dietilammide dell’acido lisergico, di sintesi anche se l’acido lisergico è presente in natura nella segale cornuta), è da prendere con le molle: da interpretare. Le esperienze “allucinogene” sono un bagliore, sono come un sogno molto vivido da cui, però, poi ti svegli e – nel tempo – ne perdi l’essenza o – proprio perché sogno – le separi dalla vita reale.
C’è modo e modo di avvicinarsi a queste esperienze e io credo che l’unica accettabile sia quella rituale (in molti stati degli USA, alla Chiesa dei Nativi Americani è concesso l’uso del peyote esclusivamente a scopi rituali).
Rischiosissima ogni esperienza collettiva con queste sostanze, senza una guida, possibilmente con esperienza, ma nel momento, non sotto l’effetto della sostanza. Non sto dando consigli su come usarle, semmai l’opposto. Ne sconsiglio l’uso e specifico però quali modalità sono più pericolose di altre.
Non sto, insomma, dicendo che queste esperienze portino ad un livello superiore di coscienza. Non a caso molti tendono a ripetere per anni queste esperienze. Sono spesso caduche, come sogni e come tali vengono spesso dimenticate o se ne perde l’essenza. Così torna la voglia di riprovare, nonostante nessuna sostanza allucinogena, tra quelle citate, dia la benché minima assuefazione. Io ho fatto otto esperienze con l’LSD, tutte circoscritte in un anno solare. Per me, come per altri ricercatori, è stato un passaggio significativo perché già cercavo. Sinceramente ci sono altre vie più semplici da percorrere per arrivare alla stessa percezione. Vie più consapevoli. Io ho sempre scelto le strade più pericolose per arrivare “da qualche parte”, dietro una spinta interiore, ma non mi sento di consigliarle a nessuna persona, perché sono vie che possono anche portare alla “perdizione” totale di ogni possibile evoluzione di coscienza. Un mio amico, abusando di tali sostanze, è rimasto “piantato” dentro una psicosi fortissima da 30 anni e non si è mai più ripreso. Ora vaga per le strade, perso in non so quale pensiero, magari anche profondo, ma senza la benché minima capacità di comunicare con gli altri. Aggiungo che l’LSD brucia davvero tanti neuroni (per carità, lo fa anche l’alcool o la nicotina, ma non in tali quantità… e l’uso continuativo per anni porta ad una riduzione delle capacità cognitive significative.
Chiarito questo, posso tornare a dire che il mio primo “satori”, o la mia prima visione dell’Himalaya (preferisco questa immagine alle parole “mistiche” orientali, perché più quotidiane, semplici, meno evocative di chissà quali “poteri” mistici), avvenne a seguito di quelle esperienze, avute tra i miei 17 e 18 anni. Come detto, terminate dopo un solo anno. Non ne avevo più bisogno… In realtà non ne avrei avuto più bisogno già dopo la terza esperienza, ma siamo sempre tentati di verificare più volte delle intuizioni avute “in stato alterato della coscienza”.
Queste esperienze comunque furono un prodromo al satori che non confondo assolutamente con gli “stati di grazia e beatitudine” che puoi provare con quelle sostanze. Sono, lo ripeto, solo un “sogno” che può confermare, a chi già cerca, che una certa cosa è possibile. E se lo è sotto sostanza, può esserlo anche da consapevoli.
Mi toccano tutte queste precisazioni che mi costringono ad “allungare il brodo” perché, pur essendo per me ovvie, è mio dovere spiegarne e specificarne i rischi, anche, ma non solo, per non violare le vigenti leggi che regolano, anzi vietano, l’uso e l’istigazione all’uso di queste sostanze.
Quindi intorno ai 18 anni io ho visto la catena dell’Himalaya da lontano. Forse da troppo lontano, forse così da lontano dal farmi pensare che mai mi sarebbe stato possibile raggiungerla. Non avevo la più pallida idea di quale potesse essere la “mia strada verso le vette. Proprio a quell’età caddi, senza guide o aiuti, in una profonda depressione (clinicamente tale) che perdurò fino ai 26 anni. Età nella quale lasciai casa dei miei ed iniziai a percorrere una strada (che si rivelò errata) finalmente, almeno in apparenza, mia.
Il solo fatto di essere in grado di “muovermi” mi liberò improvvisamente e totalmente dalla depressione e dai farmaci che assumevo, in pochi giorni e senza alcuna (pur prevista) crisi da assuefazione. Passai dalla dipendenza totale per otto anni dai farmaci, alla liberazione da essi senza fatica e senza effetti collaterali, in un solo giorno.
Per molti anni successivi, però, presi talmente tante strade sbagliate, che smisi persino di pensare a quella visione, a quel satori… Vedere da lontano è un processo reversibile. Puoi sempre chiudere gli occhi e non guardare.
Così feci io, immergendomi nella mondanità della vita ed in una ricerca di me stessa (al maschile), attraverso le relazioni sentimentali. Alla fine passai da una dipendenza (dalla famiglia) ad altre (dagli amori carnali).
La “rivelazione” del mio essere anima femminile avvenne in un attimo, in un momento preciso e identificabile (ma di cui non ho preso nota… Un giorno fra la fine di aprile e gli inizi di maggio del 1998). Non fu il “secondo satori” ma una seconda esperienza del “primo”. La differenza stava nel fatto che, pur lontano, l’Himalaya ora mi sembrava raggiungibile facilmente.
In realtà non fu così semplice e sebbene la transizione al femminile cambiò sostanzialmente la mia vita, essa mi aprì semplicemente alla possibilità del secondo satori. La fine del disastroso e caotico stridore dovuto al mio vivere “fuori gender”, mi rese più silenziosa e, conseguentemente più efficiente.
Inutile dire che una testa piena di pensieri, come una brocca piena d’acqua, non può più ricevere nulla, mentre una mente più libera, come una brocca vuota o comunque non piena, può accogliere altre esperienze ed intuizioni.
Il mio secondo satori, invece, è arrivato, ancora una volta, “a seguito” di un’altra esperienza. Non cercata, non voluta, ma accaduta.
La scoperta dell’aneurisma all’aorta, ma soprattutto l’intervento chirurgico a cuore fermo e senza metà sangue, avvenuto ovviamente in anestesia - che però – è noto – rende solo incosciente la mente, ma non elimina l’esperienza vissuta - ha spianato la via al secondo satori.
L’esperienza, la sensazione netta, il ricordo delle carni e della subcoscienza, dell’esperienza di una “morte da vivi” a me arrivò dopo un paio di mesi dall’intervento. La cosidetta “CEC” (Circolazione Extra Corporea) spesso produce infatti depressioni, se non psicosi (quando non brucia fisicamente parti del cervello per ipossia, ossia scarsità di ossigeno nel cervello) proprio dopo un periodo analogo, in molti pazienti che si sottopongono a tale pratica, pur essenziale, allo stato attuale delle conoscenze, per riparare cuore e zone limitrofe.
Non ho fatto eccezione e per molti mesi ho iniziato a sentirmi perseguitata dalla sensazione di non essere più completamente viva. In alcune mie poesie dell’epoca, credo di avere descritto al mio meglio, gli aspetti più terribili di questo stato psicologico. Inoltre, dall’intervento in poi, ho iniziato a scoprire parecchie zone ischemizzate nel cervello e sviluppato una lunga sequela di patologie, ultima delle quali la cosiddetta “fibromialgia”. Cosiddetta perché in realtà – e la scienza ci sta arrivando, sembra, finalmente – le cosiddette “Fibromialgia”, “Sindrome della fatica cronica”, “dolore neuropatico”, sono in realtà un unico problema legato ad una ipersensibilizzazione dei neurotrasmettitori cerebrali. Le reazioni non sono più corrette e quindi compaiono dolori generalizzati, stanchezza inverosimile anche senza sforzi (anergia), stati transitori di confusione mentale (chiamati con l’evocativo nome di fibrofog) e/o di parziali amnesie, parestesie, anestesie ed un altro centinaio di altri sintomi. Allo stato attuale non esistono cure per questo stato cerebrale che produce sintomi fisici.
Non credo potrà esistere una vera cura medica perché sono “sindromi” nelle quali il proprio cervello manda un segnale potente alla persona: «hai sfruttato troppo le mie capacità di reggere lo stress prolungato, gli choc, la tensione. Ora basta. Se non sai fermarti tu, ti fermo io!».
Per quattro anni, ho vissuto nell’inferno, cercando di dissimularlo agli altri, il più possibile. Chi sopporterebbe una persona che ti dice: «io sono viva al 50% e non vedo l’ora di raggiungere l’altro 50% che è morto per ritrovare la mia unità»?
Sentivo che qualcosa mi sfuggiva ma alla fine prevalevano gli impulsi a “farla finita”. Non pensieri, sia chiaro, ma veri e propri “impulsi” cui era sempre più difficile resistere.
Quindi sono entrata in profondo contatto con la morte e ho iniziato ad allontanarmi dalla vita, dagli altri. Poi, lentamente, non più dagli altri, ma dalla stupidità di chi vive senza la consapevolezza della morte.
Infine ho incontrato l’amore. Potrei dire uno dei tanti. Forse la 40esima storia d’amore della mia intera vita (M e F). La differenza è stata però che questo amore è arrivato mentre io ormai viaggiavo quasi felicemente verso la morte. La conversione rapida, immediata dalla morte all’amore ha provocato il mio secondo satori. Dove vita e morte convivono finalmente in pace dentro me, senza paure o conflitti. Senza rinuncia alla vita, senza vivere nell’inconsapevolezza dell’immanenza della morte.
Questa donna, Chiara, deve avermi amata in modo davvero speciale per tirarmi fuori da dove avevo incominciato a viaggiare. Dall’altra parte io ho saputo rispondere al suo richiamo e invertire la rotta con una conversione a U immediata.
Chi medita sa che è nell’istante che passa tra inspirazione ed espirazione, il momento in cui si aprono delle porte verso una consapevolezza più alta, una integrità fra “fuori” (espirazione) e “dentro” (inspirazione) ed anche, analogamente tra vita e morte, tra espansività e introspezione, e tutti i “contrari” (apparenti) della vita.
In realtà sono proprio le conversioni di direzione tutte a dare l’opportunità maggiore di un balzo in avanti di consapevolezza.
Qui ho conosciuto il mio secondo satori che si è esplicato chiaramente fin dal settembre 2007.
Il mio secondo satori potrei definirlo come un ritorno dopo avere viaggiato nella morte, averne vissuto lo choc, averla elaborata e quasi violentemente esserne tirata via proprio quando mi ci stavo abbandonando. Un ritorno improvviso ed immediatamente colmo d’amore.
Non è che i satori comportino solo grazia e beatitudine. Tutte balle raccontate a fin di bene, per spingere la gente a crescere e vivere la propria vita senza sprecarla.
Ogni nuova consapevolezza porta con sé un mutamento profondo del proprio relazionarsi al resto del mondo. E ci sono anche parecchi rischi. Molti si allontanano totalmente dal mondo e vanno sull’Himalaya in senso letterale, con il corpo e nella totale solitudine. Altri, sentono il bisogno di diffondere quel che hanno sentito.
Io da decenni operavo “nel sociale”, e da 9, dentro il movimento GLBT (poi diventato LGBT) e, per una delle mie ultime azioni interne al movimento, LGBTQI.
Il primo atto formale della mia militanza fu la co-fondazione di Crisalide, nel 1999. L’ultimo, la cofondazione del Comitato Genova Pride 2009. Sia da Crisalide/AzioneTrans, sia dal Comitato mi sono ritirata da ogni responsabilità, nel marzo/aprile 2009, a poche settimane dalla registrazione formale del Comitato.
L’aggiunta del “QI” (simbolico anche in altro senso), alla sigla LGBT, è l’ultimo atto politico nato da me, per il Pride genovese che oggi si chiama LGBTQI, insieme ad una parte consistente delle novità scritte nel programma, rispetto ai programmi dei Pride degli anni precedenti. Sia chiaro che per me LGBTQI è comunque una limitazione: la lista dovrebbe essere più lunga, oppure bisognerebbe trovare una parola condivisa che indicasse ogni varianza di genere e di orientamento sessuale (per approfondire rimando a “Translesbismo: istruzioni per l’uso” e, quando sarà pronto, a “Tra(n)scritti Politici”), ma allo stato attuale già l’includere la “Q” di Queer e la “I” di l’Intersessualità, ha provocato non pochi sobbalzi negli scragni delle più “alte autorità” del “movimento”: ovviamente in quelle che apparentemente sembrano più all’avanguardia, più innovative e più di estrema sinistra o – specularmente – di destra). «Una sigla così lunga e impronunciabile non sarebbe capita», è stata l’obiezione più comune, insieme a quella paradossale del «la gente già non capisce “LGBT”, figuriamoci “LGBTQI”.
Paradossale perché mi chiedo allora perché si sia usata questa locuzione per anni (includendo anche la precedente GLBT).
La realtà dei fatti è stata come io prevedevo. Chi non aveva mai “inteso” LGBT (e parlava sempre di Gay Pride, non per semplificare sui giornali, ma per reale identificazione) non ha capito LGBTQI, chi invece aveva capito LGBT, ha compreso immediatamente LGBTQI. Anzi, alcuni che non si erano mai soffermati sulla sigla di partenza, si è incuriosito – specie sui media – di una sigla non ignorabile per la sua lunghezza e anche per la sua reale impronunciabilità. Risultato: oggi chi ha avuto voglia di leggere, può sapere il significato di due nuove parole: queer e intersessualità.
A prescindere da questi micro resoconti “storici”, la domanda che iniziava ad avanzare in me, con la nuova consapevolezza che mi portava a tagliare con abitudini obsolete, ad essere insofferente verso politiche cieche e ripetitive e ribelle di fronte alle lotte quasi sanguinose di potere per poteri così microscopici, era: dopo il secondo satori, come mi sarei rapportata con questa parte così importante della mia vita, che avevo anche parzialmente distrutto, nella confusione nichilista che mi accadde nel 2004-2005, dopo l’intervento chirurgico e precedentemente al secondo evento personale?
Giovanni lo comprese: in caso contrario, Gesù sarebbe stato uno straniero fin dal primo momento, e le cose sarebbero diventate praticamente impossibili.
Anche così le cose furono impossibili – ma nessuno può dire che Gesù non ci provò; nessuno può dire che Buddha non ci provò .
Da parte loro, essi fecero tutto il possibile per diventare un flusso che perpetuava l’antico, il vecchio, la tradizione. Essi vollero una rivoluzione non contro la tradizione, ma al suo interno. Ma non è mai accaduto: la vecchia mente è veramente ed estremamente ostinata, testarda fino all’inverosimile.
- una sempre maggiore ostilità da parte del “vecchio” di comprendere il senso del mio proporre, con punte di avversione e persino odio nei miei confronti, specie in ambiente associativo trans;
- un costante rischio di cadere dalla consapevolezza raggiunta, nello continuo sforzo di compromesso con la mia coscienza, nel piegarmi a scelte non condivise o condivise nei perché ma non nei come (perché si fa un Pride. Come si fa un Pride, ad esempio)
Sono molte le cose che ho predetto essere sbagliate e che poi si sono verificate puntualmente. Sono molti i tentativi di portare anche un poco della mia consapevolezza nel “movimento” che sono stati ignorati o – talvolta – molto apprezzati in teoria e mal applicati nella prassi.
Mi spiaceva perché vedevo il “movimento LGBT” sempre più “vecchio”, i “dirigenti” sempre più somiglianti a moderni Kaifa, incapaci di leggere nel cuore della propria gente (le persone lesbiche, gay, trans, ecc.).
L’evidenza di un “movimento” ormai molto lontano dalla gente che intenderebbe rappresentare si è evidenziato in molte situazioni, la più evidente delle quali è stato l’appuntamento elettorale del 2006. Con indicazioni di voto totalmente disattese dai due milioni e fischia (almeno 4 se includiamo le famiglie e amici) di potenziali elettori.
Il mio “modo” di essere “leader” - che non è stato gran che capito da sempre – iniziava ad essere un vero fastidio. Durante le prime fasi di comunicazione del Comitato Genova Pride il mio interagire nei forum alla pari con la gente che si chiedeva tante cose sul Pride di Genova e si lamentava per l’apparente imposizione dello stesso come Pride Nazionale, fu frainteso e preso come una incapacità di lavorare in “equipe”. Era evidente che io stavo dando per scontato che le cose di cui avevo parlato nelle riunioni precedenti non era stato capito. Io non avrei dovuto rispondere alle singole domande, critiche, obiezioni, secondo molti, perché ero “dirigente”. Allo stesso modo, anni prima, mi si contestava il mio personale pormi alla pari degli altri, con una pagina web personale nella quale facevo conoscere molto della mia vita privata, raccontandone “miseria e nobiltà”, senza censure. Non dovevo. Ero “dirigente” e non dovevo dare “armi” a possibili nemici che mi potevano attaccare.
Non piacque quando misi on line le mie foto del percorso di transizione fisica dove mostravo seno e natiche che si modificavano via via nel tempo, a causa della della terapia ormonale. Una dirigente non mostra culo e tette!!! Si espone a facili strumentalizzazioni. Io pensavo invece quanto potesse servire a chi ancora non aveva iniziato, farsi un’idea di cosa poteva accadere al proprio corpo, con la terapia ormonale. Che mi importava se qualcun* avesse pubblicato le mie tette o natiche? C’erano decine, oggi centinaia di interviste, articoli, pagine web, dove si poteva evincere facilmente cosa ero/sono. Perché un “dirigente” dovrebbe essere diverso da chi “rappresenta” nei bisogni umani primari?
Ciò che non è stato capito è riassumibile nella frase:«Chi ti credi di essere tu a voler essere sia “dirigente”, sia “popolo”?».
Credo di avere, negli anni, infranto ogni regola (quelle non scritte) del “senso comune” vigente nelle altre Associazioni (specie trans che conosco meglio). In Crisalide la lista soci era di discussione e chiunque poteva criticare la presidenza o il direttivo. Non era un problema, in realtà, se si agisce correttamente. Se un direttivo non è capace di difendersi dialetticamente dalle critiche, che cazzo ci sta a fare? Madonna quante livide obiezioni ricevetti da altri membri del Direttivo perché li/le esponevo al pubblico ludibrio. «Non hai rispetto dei dirigenti», mi fu letteralmente contestato da una persona che poi attaccai sul piano personale, sbagliando (era il periodo “nero” in cui non stavo per lasciare per la prima volta la presidenza). «Dirigenti? Noi siamo al massimo rappresentanti», risposi io stizzita verso chi era arrivato al “Direttivo” su “nomina” presidenziale (mia) e non per elezione!!
Non posso enumerare tutte le cose accadute, tutte le intuizioni andate perdute perché “non conformi”.
L’ultimo “misunderstanding” è stato con il Comitato Genova Pride: mentre cercavo di stimolare le persone a partecipare con le proprie modalità, perché pensavo ad un Pride solo a metà del Comitato ma lasciato libero (seppur coordinato) all’auto-organizzazione delle persone, se, ad esempio, volevano fare un carro tematico a “modo loro”. Guai! Questo stimola la libera iniziativa al di fuori delle Associazioni che invece devono mantenere il monopolio assoluto della rappresentatività.
A dire il vero fu il “penultimo” misunderstanding. L’ultimo è accaduto in AzioneTrans, ma non ne voglio parlare per non trasformare un “post” in un libro. Posso dire che entrambi i misunderstanding appena citati, sono avvenuti nell’assoluta buona fede delle altre persone. Le differenze sono solo di “campo visivo”. Prendersela solo con il “gotha” gay e lesbico (per quello trans bisognerebbe fare un discorso a parte, perché le colpe sono reali e gravi), sarebbe stato sciocco e miope perché questa “gente” che si lamentava tanto delle Associazioni, alla fine, non ha fatto nulla, neppure dietro i miei stimoli e “coperture” ufficiali associative. La “gente” preferisce lamentarsi, lamentarsi, lamentarsi senza far nulla. Quanto è facile guardare dalla finestra e criticare! Quanto è più facile passare da “follower” ad ignavi piuttosto che da “follower” a “co-leader”, assumendosi qualche, anche piccola, responsabilità individuale!
Alla fine di pochi mesi, ho capito che non c’era “trippa” per “gatti come me”, dentro questo “movimento”.
Lo volevo riformare dall’interno, convincendo della bontà di alcune innovazioni e aperture. Il Sinedrio però non mi ha capita ed il popolo ha gridato “Barabba!”. Io non ho scacciato i mercanti dal tempio, li ho solo criticati e quindi niente crocifissione per me, solo una graduale emarginazione “de facto”. Al contrario di Gesù, mi sono ritirata prima. Anche perché non ho né la forza di Gesù o Buddha né la loro saggezza. Io sbaglio, cado dall’Himalaya perché non so cosa sia ancora il terzo satori. Lo dico per chiarire il senso del mio paragonarmi a questi immensi personaggi. I paragoni che ho usato iniziano e terminano nel tentativo di innovazione fallito.
Quindi, in assenza di un popolo che mi seguisse, in assenza di una mia morte che desse vita, in qualche “fan/atica/o”, la costruzione di una specie di Associazione-Chiesa in mio riferimento, in assenza di un Sinedrio che mi ascoltasse, ho compreso ciò che già sapevo: per me non c’era spazio. Lo sapevo ma dovevo tentare perché, appunto, posso sbagliarmi.
A volte, vorrei tanto che accadesse più spesso di sbagliarmi, visto che “la vedo nera”, rispetto ad una rivoluzione culturale di gender e sex.
Avremo i Didorè e lentamente anche le persone trans saranno “inserite” dentro la logica dualista “maschio/femmina” ed in questa logica accettate. Il sogno transgender, genderqueer, two spirits, verrà fagocitato dalla nuova normalità in cui trans ben ben operate avranno finalmente un lavoro per vivere. Una vittoria che è soltanto la convenienza di un potere che non vuole più le puttane per le strade. Ovvio che se vuole raggiungere questo obiettivo dovrà far entrare le trans nel mondo del lavoro. E se vorrà preservare il matrimonio cattolico, dovrà dare qualche boccone a gay e lesbiche.
Si lamenteranno le Associazioni. Diranno che “o matrimonio o niente” ma sicuramente dopo i Didorè (o qualcosa di simile), verranno tagliate le radici di una protesta che non aveva basi culturali, ma solo di convenienza.
Anche le Associazioni Trans faranno finta di lamentarsi quando arriverà una leggina che consente di cambiare il nome da maschile a femminile e viceversa, senza però cambio di genere/sesso, quindi con codici fiscali e passaporti che indicano chiaramente che “Mirella” è e resta maschio. Faranno finta perché si fregheranno invece le mani per la grande vittoria ottenuta. La non accettazione di leggi contro il solo cambio di nome infatti fu mal digerito quando lo proposi a tutto il movimento LGBT italiano, proprio dalle Ass.ni transgender. Allora Crisalide era potente e accettarono, dopo infinite polemiche e comportamenti ambigui (in particolar modo da parte di Libellula di Roma e, in misura minore, dal MIT di Bologna).
Tanto più i Didorè sapranno accontentare le convenienze di gay e lesbiche, tantomeno sarà praticabile la giusta rivendicazione secondo la quale deve esistere un unico strumento legislativo che regoli le unioni affettive con implicazioni sessuali. Se si accetterà una leggina che cambia il nome, sarà quasi impossibile, per decenni, sperare in una legge alla “spagnola/inglese/cubana” che modifichi sui documenti i veri dati sensibili che poi portano all’emarginazione sociale e lavorativa: il sesso (gender).
Ora che ho rivelato i miei satori e ho lasciato il movimento potrei tentare la via della prima Guru Transgender del mondo (credo, prima). Ne avrei di carte da giocare, almeno sull’equanimità di trattamento tra uomini e donne. Anche perché il secondo satori ha modificato il mio atteggiamento radicale antimaschilista. Per le cose che ho scritto fino a pochi mesi fa, era difficile distinguere il giusto antimaschilismo dall’errato “antimaschio”, che traspariva dalle mie parole. Oggi avrei altro da dire sul tema, se parlassi a persone e non a masse indistinte (seppur minuscole). In passato dovevo “esagerare” per sperare di attirare attenzione sul “mostro” maschilista da sconfiggere.
Potrei far discepole/i? Potrei iniziare persone che lo volessero? Qualcosa avrei da dare, ne sono sicura. Alcun* trans lo sanno per via del mio comportamento, negli anni del mio “secondo” primo satori.
Potrei ma mi manca la voglia e la capacità di “vendermi”, di cercare quei compromessi che servono all’inizio per farsi capire…
Inoltre il mio corpo è più malato di quanto non fosse quello di Osho, o fragile quanto quello di Gesù e con esso convivrò fino alla morte.
Alla fine potrei non far nulla o continuare a scrivere blog e libri auto pubblicati che – se non si perderanno nel nulla – saranno davvero capiti post mortem… o forse saranno fraintesi o cadranno nell’oblio. A meno di non essere cercata con le giuste motivazioni. Attualmente le mie “parole” sono pressoché ignorate (a parte qualche decina di persone) e quindi le mie poche energie le spenderò per chi davvero mi vorrà come amica o consigliera (fa più figo counsellor, lo so).
Guru che sia o meno, sono tante le persone che potrei iniziare ad una visione diversa della vita e anche dell’impegno sociale in ambito LGBTQI.
Ho, oggi, 50 anni e due satori. Non solo questo, ovviamente.
In fin dei conti sono ai primi esordi di una nuova personale rivoluzione (che poi vuol semplicemente dire: un giro nuovo intorno alla fonte) e non ne conosco ancora precisamente i contorni. So che avrà a che fare con i passaggi di Osho citati e niente di più.
Per chi legge, ne sono consapevole, sarà più semplice pensare: «questa si è fottuta totalmente il cervello», magari, da parte di alcuni, anche amorevolmente e compassionevolmente. Sarà più facile mettersi il cuore in pace e smettere anche di leggermi (per chi già non l’ha fatto perché «sei troppo lunga… non ho tempo per leggerti »).
E poi, in fin dei conti, sebbene sappia prevedere l’evoluzione più probabile di molte cose che conosco, non sono assolutamente in grado di vedere nel futuro, in generale.
Quindi quel che sarà, sarà. Il tempo, si sa, è severo maestro.
Con libertà e amore.
Mirella “Shanti Prashna” Izzo