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giovedì 28 luglio 2011

LEGGE OMOTRANSFOBIA BOCCIATA: NON E' CAMBIATO NIENTE


E' davvero triste vedere lo spettacolo di un intero movimento LGBT impegnarsi in una battaglia persa per una leggina che ben poco avrebbe inciso nella vita reale e quotidiana del 99% delle persone gay, lesbiche, trans.
Certo vi era un valore simbolico ma neppure questo valore simbolico è passato.
E poi non ci si batte con tanta foga per un valore simbolico dimenticando le vere esigenze di un popolo (LGBT).

domenica 12 giugno 2011

EUROPRIDE 2011. E LE PERSONE TRANS?

EUROPRIDE 2011
E LE PERSONE TRANS? 

Guardo le vicende LGBT da "esterna" da ormai molti mesi perché se la mia condizione individuale è transgender, il mio cuore, il mio pensiero, la mia sensibilità è pangender e non trans. Detto questo non dimentico 10 anni di militanza nel movimento Trans italiano nè posso né voglio sfuggire ANCHE dalle tematiche trans, visto che fanno parte della mia vita, della mia biografia. Non ero a Roma e ho seguito l'Europride dalle 19 in poi su RaiNews 24, unico canale ad avere il permesso di trasmettere integralmente Pride e Lady Gaga in diretta. Sono rimasta molto interdetta nel vedere un "successo" che mi emozionava e, contemporaneamente, l'assenza totale della rappresentanza "Trans" nei momenti di maggiore visbilità del Pride. Ai tempi in cui le tv ci intervistavano ma poi non mandavano in onda gran ché (le dirette erano un sogno), ricordo le lotte positive per il microfono tra me e la compianta Marcella (Di Folco) per parlare delle NOSTRE ISTANZE che solo secondariamente sono l'aggravante per i reati di transfobia e, tanto più, per il riconoscimento delle coppie gay.
Un po' perché chi tra di noi si opera e ottiene i documenti, almeno civilmente può sposarsi, un po' perché NOI TRANSGENDER abbiamo ALMENO un PAIO di istanze troppo prevalenti per importanza (quasi di sopravvivenza):
* Una legge per il cambio anagrafico per tutte le persone trans, a prescindere da "passabilità" o da interventi chirurgici di sorta in funzione della dignità, di una vita riconosciuta (se non ti riconoscono l'identità diventa difficile anche farsi riconoscere la vita) ma soprattutto per un motivo d'ordine fondamentale e cioè
* L'accesso al lavoro. Per NOI transgender (ricordo che io uso il termine transgender sia per operate sia per non operate, sia per riattribuite anagraficamente sia per chi non lo è) le discriminazioni sul lavoro non sono l'eccezione che finisce sui giornali, ma la norma. Non veniamo assunte PERCHE' transgender, PERCHE' la nostra condizione non è facilmente nascondibile, (a volte anche per chi ha documenti a posto ma un sistema osseo rivelatore della transizione) per chi non vuole barattare "carne per carta" con uno Stato e non intende (talvolta non può per una vasta serie di patologie) operarsi ai genitali.


Ebbene l'Europride ha totalmente ignorato, nelle sue interviste mediatiche, nelle situazioni più importanti, le istanze trans. Si è preferito appiattirsi su un obbiettivo minore come la legge contro l'omofobia (talvolta è stata citata anche la transfobia) solo perché c'è un progetto di legge in corso e, secondariamente, persino le questioni del matrimonio a prescindere dagli orientamenti sessuali.
Dove erano le rappresentatività transgender capaci di farsi spazio e rubare qualche microfono per dire queste cose? Luxuria è l'unica che è stata intervistata su RaiNews ma - mi spiace dirlo - lei ha rivendicato i diritti delle e dei trans solo quando era "onorevole" e aveva una "suggeritrice" sempre disponibile per lei, anche quando era in aula e si avvicinava un voto. Ieri Luxuria non ha detto una parola per le più importanti istanze TRANS.
Vero che è stata intervistata nel casino di un Europride, vero che non ho tutta la rassegna stampa a disposizione, ma una trans può dimenticarsi una scarpa appaiata ma non le questioni "lavoro" e "identità" quando si è intervistate in diretta su una tv! Non una rappresentante trans, seppur fuori dall'associazionismo.


Rimpiango i tempi in cui la "battitrice libera" intervistata dai media era Helena Velena. Nessuno ha avuto la forza di imporsi. Quella forza che non mancava alla morta Di Folco e all'inabile Izzo.
Quella forza indispensabile per far passare le istanze T* e magari anche I* in qualsiasi manifestazione organizzata da un movimento GL (si GL perché le ass.ni trans forse un paio di volte hanno avuto la forza di organizzare i Pride e dare spazio anche alle questioni T e I in un caso) storicamente amnesico rispetto alle istanze T. La parola LGBT è stata pronunciata solo da Lady Gaga... Il pride è tornato Gay (e comunque LGBT, togliendosi dalle palle specialmente le persone Intersessuali)...
Dove è la rappresentatività trans? Una rappresentatività che non sia appiattita sulle ass.ni G e L e che sopravvive solo grazie alle elemosine che volentieri le ass.ni G e L ci fanno da sempre pur di poter mantenere, in Italia come in tutto il mondo, un senso alla T di LGBT.
Soprattutto però è agli organizzatori che mi rivolgo: al Mieli e all'attuale Arcigay. Il Roma Pride dell'anno scorso non era così dimentico delle persone T*. Quando però l'unica cosa che si guarda è il "successo numerico" (per non voler essere malefiche e parlare di business) le ed i TRANS servono a poco. O meglio servono a poco le organizzazioni trans. Sono sufficienti le trans seminude o le Drag che fanno tanto colore e attirano i media 100 volte di più di quanto facevano gli striscioni di Crisalide A.T. e MIT (un po' più il MIT per unamaggiore concessione alla spettacolarizzazione del Pride). Non che sia importante questo. Importante invece è la totale dissolvenza dei diritti delle persone TRANS.
Non è un caso che i Pride con maggior "peso" trans, Genova e Roma dell'anno scorso, hanno dovuto vedere l'abbandono dall'organizzazione da parte di Crisalide a Genova e a Roma, gli organizzatori di un Pride veramente LGBTQI che appartenevano ad Arcigay, sono stati tutti espulsi.
SORPRENDENDE LADY GAGA (ed anche Praitano)
Grande Lady Gaga. Premetto che non sono una sua fan. Conosco qualche tormentone delle sue canzoni più famose ma la sua musica non appartiene ai miei generi di musica preferita. Non che mi faccia schifo. Semplicemente non mi è mai interessata come artista (e tantomeno come "fenomeno").
Una premessa fondamentale per far solo capire che non sono influenzata dalla sua fama. Grande Lady Gaga, ripeto.
Grande perché, al contrario delle leadership LG italiane, ha capito che per un Pride è importante parlare e non urlare slogan, rivolgersi direttamente agli interlocutori e non "a nessuno" o solo ai "nemici politici" del momento (non a caso è stata un po' fischiata quando ha ringraziato Alemanno).
Perché ha capito - la regina del trasformismo, capace, secondo Luxuria, di far morire d'invidia le Drag Queen (a meno che non fosse volutamente ironica) - che ad un Pride è meglio presentarsi sobriamente. Non che fosse proprio invisibile ma ha indossato un abito significativo (di Versace, notoriamente omosessuale) e a metà show si è pure liberata delle parti più evidenti dell'abito, restando con un lungo vestito nero ed ha sia parlato seduta ed ha cantato con il solo pianoforte d'accompagnamento (suonato da lei che non è particolarmente brava, quindi poco "coperta" dagli strumenti).
Una voce davvero meravigliosa. Sinceramente facesse un album acustico, potrei cambiare opinione musicale su di lei e comunque ho capito che è una vera artista, una vera CANTANTE (oltre che autrice). Ma questo è altro argomento. Il discorso di Lady Gaga ha disatteso ogni aspettativa (non la mia però... io ci speravo almeno contando sull'intelligenza mediatica della Lady)...
Non sarà memorabile come quello di M.L.King ma le sue parole sono semplici e chiare. Un discorso quasi più "pangender" che LGBT. Pacato ma soprattutto con un messaggio semplice ma giusto: "siamo tutti uguali" (aggiungo io "nelle differenze"). ha detto "io come donna o uomo... ma che importa poi..." con l'unico riferimento della serata alle questioni di Genere della serata (almeno quella trasmessa.. Non escludo che alla fine, quando tutti se ne vanno, abbiano dato la parola a qualche trans).
Stupefacente per la sua determinazione e scelta voluta di non distrarre con strumenti o abiti, dalle cose che voleva dire, parlando lentamente per aiutare la comprensione anche di noi italiani che l'inglese lo mastichiamo poco e male. Quando poi ho sentito la Praitano (Mario Mieli) ringraziare Lady Gaga perché le sue parole corrispondono con il programma dell'Europride, ho strabuzzato gli occhi (tra qualche anno chissà mi sarei pisciata addosso) Nulla della storia delle Associazioni che hanno organizzato l'Europride è affine alle parole di Lady Gaga.
Ok si è d'accordo sui diritti civili (ci mancherebbe altro) ma per stile, politica e messaggio, l'evidenza era la differenza tra lei e la storia di quella parte di Movimento LGBT organizzatore dell'Europride. Lei ha ringraziato Alemanno per avere lasciato svolgere la manifestazione (memore, lei, che in paesi molto vicini geograficamente all'Italia, una cosa del genere non sarebbe stata neppure immaginabile), il Mieli (in buona compagnia... penso all'ArciLesbica e la radiazione della presidente del circolo romano) lanciò una vera e propria scomunica alle associazioni che chiesero un incontro con il Sindaco di Roma appena eletto (per capire le sue intenzioni per avanzare istanze, come è normale). Lady Gaga non sa (ed è meglio così) che in Italia l'ideologia arriva al punto che con "Alemanno non si parla perché è fascista" anche se è il sindaco che governerà la città e quindi anche le persone LGTQI residenti a Roma. Per carità...pura ipocrisia.
Quel che dava fastidio era che alcune ass.ni avessero agito senza prima chiedere al Mieli... perché poi eccome se si è rapportato con il sindaco fischiato e per cui alcune associazioni vennero "maledette" per quella richiesta, ovviae normale. Per questo Lady Gaga ha proseguito ignorando i fischi... perché si è rivolta AI GOVERNANTI per cambiare le cose... Si è rivolta a chi può cambiare almeno leggi e influenzare i costumi. E quando lo si fa, ovviamente, non si può fare la lista di chi ringraziare e chi no.
Se in Iran, un successore eventuale dell'attuale governante, togliesse la pena di morte o meglio, depenalizzasse l'omosessualità pur continuando a condannarla religiosamente, se a farlo fosse un Ayatollah... come dovremmo reagire?
Felicitarsi della cosa o no perché proviene da un Ayatollah che comunque è storicamente omofobico?
Lady Gaga, italo americana, è politicamente più avanti della media del "nostro" (anzi vostro) "movimento" LGBT. E dato che lei è una cantante e per quanto ecumenico, il suo discorso non può certo definirsi geniale, la cosa la dice lunga sulla miopia dei "vostri governanti" (governanti del "movimento" o di una sua parte.. ci sono state defezioni all'adesione a questo Europride, in Italia).
L'importante è stato farsi belli con Lady Gaga, tirar su soldi con le feste (legittimo per carità... i costi di un Pride sono enormi, ma ci deve essere qualcosa di più di un appoggio alla leggina Concia). Una domanda. Ma le ed i trans sono content* di questo Europride?
Della visibilità dei loro problemi? Finita l'occasione per divertirsi a sfilare (ognun* come crede), cosa resta in bocca? Non un gusto amarognolo? A me si.
‎... e dimenticavo una cosa importante. Lady Gaga è stata l'unica intervistata a dire e ripetere di essere ARRABBIATA... e di come voler usare la sua rabbia... Niente facce "ebeti" come ho visto negli "esponenti del movimento" come se ci fosse da essere allegri.
Un conto è scegliere politicamente di manterere la parata una festa, un altro è parlare come se davvero fosse una festa...
La rabbia chi la sente?

Mirella Izzo
PS: mi scusoin anticipo se il mio italiano non fosse, in qualche parte, comprensibile o corretto. Diciamo che non dipende dalla mia volontà....

giovedì 30 dicembre 2010

LODE ALL'IMPERFETTO (SDURATA COPPIE E SVITA CIVILE)

LODE ALL'IMPERFETTO (SDURATA COPPIE E SVITA CIVILE)

Guardando un banale film (seppur carino nella sua apparente semplicità della trama principale) come "Scusa se ti voglio sposare" (seguito di "Scusami se ti chiamo amore") mi sono emersi dei pensieri che il film, se guardato extra trama principale, quindi transversalmente, stimola (o perlomeno ha stimolato in me).
Le coppie scoppiano, non durano. I matrimoni mediamente si sfaldano dopo 4 anni (ufficialmente per cui mettiamoci già un anno di crisi precedente, mediamente), delle coppie di fatto si sa poco o niente grazie allla lungimiranza della politica italiana. Ho ragione di pensare che i tempi siano un po' più lunghi prima di arrivare allo sfaldamento. Questo perché l'aspettativa - di norma - è minore in una coppia di fatto rispetto a chi "decide il grande passo". Un passo così grande che le gambe non lo sostengono.
Prima era diverso. I matrimoni duravano una vita. Neppure era previsto il divorzio. Prima c'era la soggezione vicina alla schiavitù della donna nei confronti dell'uomo. Come minimo la soggezione economica. Le donne NON lavoravano e gli stipendi degli uomini erano pari a quelli che oggi danno a 2 lavoratori (mettiamo i componenti della coppia). La liberazione della donna si è miseramente schiantata contro il muro di un'astuta economia maschilista ancor prima che capitalista. Molte libertà la donna le ha conquistate e sono millenni di passi avanti avvenuti in pochi decenni (si pensi che fino a pochi decenni fa esisteva l'attenuante del "delitto d'onore").
Le coppie scoppiano e non durano, quindi, perchè le donne non sono più schiave, l'amore, per natura, non dura per sempre, e finito l'obbligo a stare insieme anche ad amore finito (che coinvolgeva anche gli uomini che però potevano distrarsi con amanti quasi ovvie e talvolta persino non nascoste).
Ma è davvero così? Meglio: è davvero solo questo il motivo?

mercoledì 6 ottobre 2010

Dimissioni da presidente Crisalide PanGender

DIMISSIONI DALLA PRESIDENZA DI CRISALIDE PANGENDER
E DA OGNI ALTRA CARICA/RESPONSABILITA' RELATIVA
AL MOVIMENTO TRANS E/O LGBTQI

Sul sito di Crisalide PanGender potete leggere le ragioni (o LA ragione) per la quale mi sono ritirata da ogni responsabilità attiva. Qui il link al post



giovedì 20 maggio 2010

Il nuovo sito di Crisalide PanGender

IL NUOVO SITO DI CRISALIDE PANGENDER

Crisalide PanGender, associazione di cui sono attualmente presidente, ha cambiato pelle. Un sito/blog nuovo interattivo con i link ai vecchi contenuti e gli ultimi aggiornamenti tutti commentabili
Vi invito a visitarlo al nuovo link:



martedì 27 aprile 2010

Congresso 24 aprile 2010 - Permanenze


Il seguente post vuole essere la continuazione di un dialogo iniziato con il pubblico durante le conferenze di Novembre 2009 (on line diviso in parte 1 - parte 2 - parte 3 e parte 4) e del 24 Aprile 2010, organizzata dal C.I.R.S. Genova (non ancora on line), con la speranza di dare una continuità di dialogo che vada oltre gli incontri e si apra anche ad altri soggetti, assenti alle suddette manifestazioni.
Le seguenti parole si riferiscono sopratttuto in merito all'incontro del 24 u.s.
Buona lettura e l'invito a partecipare a questo blog con i vostri interventi.
L'incontro organizzato dal CIRS, sull'Identità di Genere, a Genova, il 24 aprile u.s. e che mi ha vista come relatrice della mattinata del convegno, è stata sicuramente un'esperienza nuova e arricchente per me, transgender, lesbica, presidente di Crisalide Pangender, invalida civile e chissà quante altre cose dovrei aggiungere per dare anche una vaga idea identitaria di me stessa.
Fondamentalmente, la distinzione più evidente rispetto ad analoghe esperienze del passato, era nel trovarmi - io non "operatrice" della psiche - in mezzo ad un pubblico totalmente o quasi tale.
Una distinzione che ha fatto del mio personale vissuto dell'evento, una giornata originale, nuova e da ricordare. Non nuova io al ruolo di "relatrice", ma nuovo il "pubblico attivo" con cui mi relazionavo.
Non posso che ringraziare Roberto Todella e Jole Baldaro Verde in primis, per lo spazio "non marginale" offertomi, non tanto come "testimone d'un vissuto", quanto come "esperta", perché soggetto autocosciente di sé e quindi "portavoce" di una possibile visione delle Identità di Genere, nata in seno a chi ha vissuto la contraddizione tra sesso genetico e Identità di Genere discordanti fra loro.
Una novità che il CIRS ha saputo mettere in pratica con l'incontro; tentativo che anche io avevo pensato (fallendo) di realizzare qualche anno attraverso la pubblicazione di un libro multiautoriale, nel quale le visioni delle Identità di Genere si confrontavano tra chi le studiava e chi le vivveva (e, ovviamente, le studiava anche poiché non basta "essere" qualcosa per conoscerla, se non ci si interroga su di sè e confronta con l'altro da sé).
Una novità che auspico possa presto riflettersi anche nella produzione di documenti, libri ed altre forme di comunicazione, dove i testi rappresentino il "contrappunto" delle due esperienze di partenza  e in cui possa diventare il terreno fertile per nuovi frutti e comprensioni sempre più approfondite della meravigliosa complessità dell'anima umana.
Meravigliosa tanto più "cosciente di sé" perché ogni potenzialità e complessità può anche diventare "terribile" se mal compresa o fraintesa e talvolta negata, obliata, se non rinnegata, rimossa ed infine stigmatizzata, discriminata.
Mi è spiaciuto lasciare l'aula prima della fine dei lavori ma tra i miei aspetti identitari che è giusto siano consociuti per spiegare alcune mie particolarità, stanno proprio nella voce "invalida". Sono andata via prima semplicemente perché energeticamente esausta e quindi fisicamente dolorante. Dolente e dolorante, per usare due "quasi sinonimi" usati però, il primo prevalentemente per "l'anima" ed il secondo per il "corpo"
Sebbene il CIRS mi abbia offerto molto tempo per confrotnarmi con tutt* voi (e l'asterisco sta per il rifiuto del "maschile neutro", almeno nello scritto), ci sono molte cose che sono rimaste nel cuore e non dette. Almeno sicuramente così è successo a me e immagino anche a qualcun* di voi.
Per questo scrivo queste righe. Per "tirar fuori" l'inespresso, o meglio, quella parte di "inespresso" che più spinge perché vuole uscire fuori.
Per questo le scrivo in un blog, al fine di consentire a chi c'era analoga possibilità.
Per questo ma anche per dare l'opportunità di mantenere, come le briciole di Hansel e Gretel, un segno che possa, se lo si vuole, continuare a comunicare.
Tornando a casa, dormendoci sopra, stamattina mi sono resa conto che una cosa su tutte mi è rimasta "in gola". E questa cosa nasce dal vissuto personale, dalla domanda più personale che mi è stata rivolta e non quindi dall'astrazione, pur indispensabile, della narrazione collettiva di percorsi personali e sociali.
Nasce da un insight che mi ha "colpita" stamattina mentre Milky si avvicinava a me, portando in bocca il suo osso di corde intrecciate, per offrirsi al gioco mattutino preferito.
L'ho pensato in relazione alla domanda che mi è stata posta sulla maternità. Su quanto questa mi fosse mancata nella vita.e poi sul se e sul come ho potuto esprimere questa  tipologia di sentimento nella realtà della mia vita senza figli.
L'ho pensato anche in relazione interconnessa con l'affermazione che per sentirsi ed essere donna, non è necessario rinnegare il proprio maschile interiore.
Tenuto conto che Milky ha due "mamme" e nessun "papà" mi è venuto in mente lo stereotipo (molto comune nella realtà) dei ruoli delle madri e dei padri (senza virgolette, questa votla). Una delle distinzioni più frequenti è proprio il fatto che la madre accudisce i figli mentre il padre - specie con i più piccoli - gioca ed attraverso il gioco, condivide e passa una serie di contenuti psichici (e culturali) di non poco conto.
Il mio "maschile", cresciuto nell'infanzia libero di giocare e non costretto a pseudogiochi femminili dove il  fil rouge è sempre la preparazione al ruolo di madre/donna di casa... Il mio maschile che quindi, ovviamente, preferiva il calcio o anche più semplicemente il gioco del pampano, all'interpretazione anticipata dei ruoli che ti aspetteranno da adulto*, tipico dei giochi "per bambine", ha mantenuto una capacità anche dentro il mio femminile prevalente, di continuare a "giocare", ad apprezzarne il valore liberatorio, purificante e catartico che purtroppo invece vedo raramente nelle mamme, ma, in genere, nelle donne.
Alcune civiltà che definiamo (e sono) barbare, costringono le donne all'abrasione della clitoride fin dall'infanzia per abituarle alla fedeltà e ad una sessualità passiva al servizio del proprio uomo. Da noi ci si è accontentati (almeno fino a pochi anni fa) ad abradere dal cervello delle bambine la capacità piena del significato del gioco.
Certo c'erano sicuramente bambine ribelli che si divertivano a giocare ai giochi veri con "noi maschi" (e io, in realtà ero proprio uno di queste), ma erano minoranzze chiamate "maschiacci".
Il gioco se non è esplorazione libera da condizionamenti di ruoli (di non gioco) adulti, non è vero gioco. Imititare un adulto calciatore che "gioca" al calcio" ha valori profondamenti diversi dall'imitare il "banchiere" o la "mamma" o la "casalinga" o anche la donna d'affari".*
Ho quindi pensato quanto il mio maschile VISSUTO nell'infanzia, o per meglio dire, il minor condizionamento di cui i bambini maschi godono, sia stato un dono enorme per la mia identità femminile.
Donne madri: trovate la voglia ed il tempo di giocare con i vostri figli... e non dico "fateli giocare" ma "giocate con loro" divertendovi con loro, così come fanno spesso i vostri compagni che a volte magari guardate con occhi di "superiorità", giudicandoli eterni bambini.
E' vero che gli uomini abusano spesso di questo privilegio infantile da farlo diventare un grave difetto da adulti ma non è la rimozione del gioco la soluzione alla "pseudo sindrome di Peter Pan" di cui sembrano - agli occhi di molte donne - soffrire i propri compagni.
Semmai è nel riposizionare nella scala dei valori questo fondamentale momento di liberazione umana, non nella negazione (specie se nasce da una rimozione di tutta una vita, anche infantile).
Io, immaginandomi madre e donna eterosessuale, mai delegherei a mio marito il piacere (ancor prima che ruolo) di giocare con i miei figli. Oh, li accudirei forse un po' meno, con qualche "pezza al culo" in più, ma giocherei con loro fin dai primissimi giorni, mesi di vita. In questo sarei molto diversa dall'immagine media della mamma tradizionale italiana (ma, per questo aspetto, non solo italiana, credo). Peraltro la mia compagna, pur più giovane di me, ma "nata donna" gioca meno di quanto faccia io... Un caso non fa statistica, però....
Non tanto il "mio maschile interiore" quanto il come è consentito crescere a chi nasce maschio, dà al mio maschile interiore connotati rari tra le donne nate tali.
La vergogna dei genitali, l'approccio spesso straziante con i primi approcci alla sessualità, dove istinto ed educazione stridono pesantemetne fra loro, il coraggio (che c'è quando si ha paura, ovviamente) di essere assertiv*, sono tutti retaggi della mia educazione al maschile vissuta nell'infanzia che mi rendono più facile esprimere quella mia parte di maschile interiore, per quanto piccola, liberamente.
E' evidente che sto generalizzando e che quindi si possono trovare eccezioni ad ognuna delle cose che ho detto, ma forse solo in questi ultimissimi anni, i ruoli infantili femminili si sono aperti un poco di più senza far ricadere la bambina nel ruolo di "maschiaccio" (che è un giudizio oltre che un ruolo e che è gradito solo da quelle bambine in cui il proprio maschile interiore è realmente forte, quindi gradito ad una estrema minoranza di bambine).
Anche per queste ragioni, nel documentario "O sei uomo o sei donna. Chiaro?" mi sono definita "donna con uno specifico diverso da chi donna è nata" o qualcosa del genere... Perché senza un'educazione al maschile io sarei diventata una ragazza infinitamente inibita e timida, perché ERO un maschietto infinitamente timido e solo le pressioni a non esserlo (perché «i maschi devono sapersi affermare nelle relazioni con gli altri bambini») mi hanno dato la voglia di cercare degli strumenti per vincere la timidezza... So che quando dico che sono una timida (d'origine) la gente si mette a ridere perché sono considerata - come minimo - una faccia tosta, se non peggio... e l'appellativo di "caterpiller" che mi sono guadagnata solo dopo la transizione, quindi solo come donna, è stato per me un enorme complimento che non mi ha scosso il mio senso d'identità femminile, anzi l'ha reso persino più... come dire... "figo..."?
Quel che quindi non ho fatto, durante l'incontro, è un appello alle donne a reimpadronirsi del gioco (qualora non abbiano saputo ribellarsi già nell'infanzia)... con i figli, con un cagnolino, un gatto... Anche ovviamente con gli adulti ma c'è un ma. Il gioco con gli adulti, tra adulti non ha quasi mai una qualità del gioco che puoi invece vivere con i bambini o in subordine, con quegli animali domestici che, proprio perchè addomesticati, restano un po' cuccioli per tutta la vita, con un'intelligenza paragonabile a quella di un bambino di 4-6 mesi di vita. Mi riferisco all'elasticità delle regole e alla capacità di adattamento immediato ad ogni improvvisa variazione di "impostazione", di fantasia che genera il gioco stesso. Lo spazio libero che ha regole estremamente semplici e costantemente mutabili... Quel gioco e solo quel gioco è una ricchezza che - da donna che ama in tutti i sensi le donne - desidererei si diffondesse sempre più, e non più come "stereotipo maschile" ma come un femminile liberato dai condizionamenti immediatamente post natali cui le "bimbe" sono sottoposte.
Certo ci sono anche orribili condizionamenti imposti ai maschi*. Ma questo è un altro argomento su cui, magari altra volta, mi permetterò di condividere con voi.
Come di tante altre cose "non dette" e che differenziano maschi e femmine e, addirittura, se predisposti, differenziano una stessa persona, uno stesso corpo, a seconda della prevalenza delle "sostanze informazionali" prevalenti che "giocano" sull'identità di genere un ruolo (in primis, ovviamente, gli ormoni sessuali).
Grazie.
Mirella Izzo

* Più volte ho, nel testo, usato l'asterisco per richiamare a queste righe che sto aggiungendo in data 30. Esiste uno stereotipo imposto ai bambini maschi molto importante e con conseguenze enormi. Non ne ho parlato perché richiederebbe un "capitolo" a parte d'un eventuale libro: mi riferisco al gioco della guerra, dei soldatini e di tutti quei giochi che hanno a che fare con il "togliere la vita" violentemente o il rischio di perderla; che hanno a che fare con l'aggressività testosteronica (che arriverà più tardi in modo esplosivo, con l'adolescenza) e la sua manifestazione oppure controllo (dipende anche da "come" si gioca, come si viene indotti a giocare "ste robe che equivalgono per certi versi al gioco della mamma. Con una differenza: le mamme ci sono sempre, le guerre no. E non è una differenza da sottovalutare, nelle sue conseguenze.

lunedì 28 dicembre 2009

piccolo Manifesto PanGender

MANIFESTO PANGENDER


La parola pangender non è un neologismo assoluto in quanto già usata in altre culture. Alcune definizioni del suo significato si trovano, ad esempio, nella versione USA di Wikipedia. La differenza più sostanziale rispetto a queste definizioni già esistenti, per quanto riguarda questo Manifesto, sta proprio nella specificazione “Identità di Genere” piuttosto che “Genere”.


Teoricamente, si sarebbe potuto usare – con maggiore precisione – il termine “pangender identity”, o “panidentitàdigenere”, ma il risultato sarebbe stato – dal punto di vista fonetico - poco comprensibile, mentre “identità pangender” avrebbe avuto un sapore identificativo di una specifica condizione. Cosa che assolutamente non è e non vuole essere la ragione di questo Manifesto.


Wikipedia internazionale, infatti, definisce la parola pangender con due diversi significati.
·       Il primo – relativo ad una specifica condizione individuale – si riferisce a quelle persone che sentono di appartenere ad entrambi i generi in senso sommatorio oppure in senso intermedio (un "punto" fra gli estremi “maschio e femmina”). C’è però da dire che per queste condizioni esistono già altri termini più conosciuti, quali Two Spirits (Due Anime) mediato dall’antica tradizione Lakota, il più moderno Genderqueer e lo stesso termine Transgender.
Utilizzare il termine pangender con questa accezione ci pare quindi ridondante e inutile.
·                 Il secondo significato dato da Wikipedia, invece, definisce una condizione generale. Secondo questa accezione, pangender significa “tutti (pan) i generi (gender)”. Non a caso il “rimando” cui invia Wikipedia, è il sito dei Radical Fairies che – nella sintesi estrema - definiscono pangender come: tutti i sessi, i generi e orientamenti (sessuali. Ndt)[1].

Cosa differenzia la nostra visione da quella dei Radical Fairies?
Per capirlo meglio è utile spiegare le differenze fra alcuni termini che useremo spesso: "sesso", "genere", "identità di genere", "ruolo di genere", "stereotipo di genere" e "orientamento sessuale". Vediamoli uno ad uno, criticamente:

-                 Sesso: si divide in “maschile”, “femminile” e “intersessuato” (più raro e sempre rimosso nelle leggi anagrafiche). Il sesso è considerato fondamentalmente in base alla combinazione che assumono i cromosomi “x” e “y” del nostro cariotipo (parte del genoma). La combinazione “xx” “produce”, di norma, una femmina biologica, la combinazione “xy”, di norma, un maschio biologico. Altre combinazioni possibili, sia cariotipiche (ad esempio: “xxy”) sia d’altra origine, danno luogo a diverse condizioni di intersessualità, che – in breve - generalmente presentano caratteri sessuali misti fra i due “sessi principali” o “altri da entrambi”.
I cromosomi sono quindi responsabili – con alcune eccezioni intersessuali - delle differenze tra il fenotipo maschile e quello femminile, sia per quanto attiene i caratteri sessuali primari (gonadi differenziate in testicoli e ovaie), sia per altre caratteristiche fisiche, metaboliche, ormonali, e relative ad alcune predisposizioni neuro cerebrali e, quindi, caratteriali.
L’aspetto psicologico dell’appartenenza ad uno dei due sessi non è sempre correlabile al solo cariotipo in quanto altre dinamiche fisiche e psicologiche intervengono a modellarlo (vedi sviluppo endocrinologico/ormonale, memoria cellulare, epigenetica, formazione cerebrale pre e post natale, esperienze di vita e, forse, anche genetica extra cariotipica)[2]. Per questa ragione, il sesso induce differenze soprattutto per quanto attiene alle modificazioni fisiche ed ormonali e - in particolar modo - per l’aspetto procreativo.
Esistono differenziazioni attitudinali, anche di tipo psicologico, date dalle diverse attività degli ormoni maschili e femminili che però, come detto, interagiscono con altri elementi di tipo culturale, sociale, storico, antropologico.
Se il sesso definisce in maniera netta il dimorfismo corporeo, altrettanto non accade - se non per una piccola percentuale - per quanto attiene all'identità di genere psicologica. Questa è la ragione per cui, oggi, si tende sempre di più a parlare di “Genere” piuttosto che di “Sesso”, ed è anche il motivo per cui, l’indicazione del sesso come dato anagrafico, è sempre più messa in discussione per qualsiasi altro aspetto che non riguardi la riproduttività[3].

-        Genere: rappresenta, quindi, l’aspetto sommatorio e di sintesi fra “sesso fisico” e “sesso psicologico”. Secondo una parte del movimento femminista, il Genere subisce anche influenze derivanti dalla cultura perché "gli elementi valoriali dell'essere "uomo" oppure "donna, sono cambiati (almeno in parte) e continuano a cambiare in diverse culture, tempi, luoghi". Per questa scuola di pensiero, anche il genere, pur includendo e sottolineando l’importanza del “sesso psicologico” riferito alla persona, piuttosto che alla mera “sommatoria cariotipica”, tende a separare dualmente i generi in “maschile” e “femminile”.
 Secondo il movimento transgender ed un’altra parte del movimento femminista, invece, il Genere rappresenta un “continuum identitario” ai cui estremi opposti vi sono la figura del cosiddetto “maschio identitario” e della cosiddetta “femmina identitaria”. Proprio per questa ragione, l’influenza di fattori culturali non è ritenuta significativa per definire il gender di una persona. Ciò non significa ignorarne l’importanza (determinante, talvolta, per alcuni differenti “ruoli e comportamenti” attribuiti a maschi e femmine in una data società ed in un dato tempo), quanto, piuttosto, tentare di evitare confusioni tra l’aspetto “identitario” e quello “culturale”.
Quest’ultimo aspetto trova infatti una sua propria definizione nel termine “ruolo di genere”.

Se il Genere è quindi un “continuum”, il posizionamento individuale al suo interno è definito con il termine “Identità di Genere”.

-        Identità di Genere: dovrebbe rappresentare la corrispondenza o la non corrispondenza fra sesso e genere. Quindi la rappresentazione di sé, in un punto qualsiasi del continuum citato, a prescindere dal sesso biologico di appartenenza. Nella prassi, però, l’accezione unica conosciuta è quella relativa alla totale distonia tra sesso e genere appartenente alle persone transessuali o transgender, fino a diventare un termine sinonimo di “transgender” o “transessuale”.
Questa definizione restrittiva è molto diffusa e differisce sostanzialmente nella visione Pangender.
L’Identità di Genere, infatti, riguarda l’aspetto identitario individuale ed “autoriferito”: “ci si sente donne pur avendo corpo maschile, ci si sente uomini pur avendo corpo femminile, ci si sente uomini e si è sessualmente maschi, ci si sente donne e si è cariotipicamente femmine, ci si sente “altro” dagli stereotipi “maschio/femmina, ecc”…
Come già detto, il termine viene, invece, applicato quasi esclusivamente per indicare la persona “transessuale”. A sua volta la condizione transessuale (totale o comunque prevalente distonia fra sesso e genere) è considerata ufficialmente un disturbo psichiatrico che porta il nome di “Disforia di Genere (ICD 10 OMS) o “Disturbo dell’Identità di Genere” (DSM IV), equivalenti fra loro, nella sostanza diagnostica.

L’Identità di Genere dovrebbe invece rappresentare il singolo posizionamento – valido per chiunque - all’interno del “continuum” citato, inclusi gli estremi culturali di “maschio” e “femmina”.

Una verità che il movimento transgender proclama da circa quaranta anni, ma che solo recentemente è stata presa in considerazione, anche a causa delle continue conferme scientifiche che la teoria riscontra, in particolar modo nelle “neuroscienze” e nella PNIE (Psico Neuro Immuno Endocrinologia).

Il Pangender intende quindi, con il termine “Identità di Genere”, uno status personale di tutti e chiunque, con molteplici possibili “posizionamenti”, alcuni dei quali, nel tempo, hanno acquisito anche “termini propri” aggiuntivi a “uomo, donna, transgender[4]”.

La definizione del “sentirsi” donna piuttosto che uomo e viceversa, deve necessariamente fare i conti con il Ruolo di Genere.

-        Ruolo di Genere: rappresenta – secondo il movimento transgender - quel che per una parte del movimento femminista è contenuto nel termine “Gender”, ovvero l’aspetto culturale, storico, antropologico derivante dalla separazione binaria dei sessi e dei generi. Tutto ciò che in una data società ed in un dato tempo, viene definito con espressioni tipo “cose da uomini” o “cose da donne”, riferito ad attività o comportamenti o modalità espressive, di vestiario, ecc. è un Ruolo di Genere. Questo è quindi l’unico fattore che può cambiare anche drasticamente, secondo l’ambito storico, antropologico, etnologico in cui vive la persona. Il Ruolo di Genere talvolta trova “appoggi” più o meno sensati in alcune predisposizioni dovute all’azione ormonale sessuale o a fattori genetici o, ancora, epigenetici. Affidare, ad esempio agli uomini, lavori più “pesanti” trova una sua motivazione nella maggior concentrazione di “massa magra” (muscoli) e ad una più elevata “soglia del dolore”, dovuta all’azione del testosterone. Così come una maggior predisposizione a lavori di media fatica ma di maggior dedizione e pazienza è riferita prevalentemente alle donne, per via della maggior resistenza all’impegno ed alla maggior sopportazione del dolore (nonostante la soglia sia più bassa) dovuta all’azione dell’estradiolo.
Queste predisposizioni sono comunque relative.
Nella realtà esistono donne con molta più massa muscolare rispetto ad alcuni uomini e uomini con una maggior resistenza al dolore rispetto ad alcune donne. Per questa relatività il “Ruolo di Genere” è stato talvolta messo in discussione. L’esempio storico più vicino a noi, e tra i più calzanti - è rappresentato dal potere maschilista presente e dominante in tutte le società umane di ogni tempo, originato dalla maggiore relativa aggressività e forza fisica dell’uomo rispetto alla donna. Dal ‘900 in poi, quando queste due caratteristiche hanno perso importanza - a causa dell’industrializzazione e dall’evoluzione delle “macchine” per eseguire lavori una volta svolti dagli uomini (maschi) - altre caratteristiche hanno sostituito forza ed aggressività; qualità quali la resistenza lavorativa, l’intelligenza, l’intuizione, hanno incrinato, per la prima volta, il  potere millenario maschile, originando, successivamente, le prime contestazioni femministe rispetto al lavoro e ai ruoli sociali delle donne. Se quindi i Ruoli di Genere trovano un “appiglio” in alcune predisposizioni – seppur relative - totalmente diverso è il discorso per quanto attiene gli Stereotipi di Genere.

-         Stereotipo di Genere: porta all’estremo le attribuzioni di “ruolo” riferite ai sessi e le regola secondo canoni estremamente rigidi e separati. Lo Stereotipo di Genere altro non è che il Ruolo di Genere usato in forma costrittiva, ammantato di moralismo, cui viene attribuito un senso etico e che viene spesso imposto, anche con la forza.

-        Orientamento sessuale: sebbene molti passi avanti siano stati fatti a riguardo del Genere e dell’Identità di Genere, l’orientamento sessuale è rimasto come “sordo” ai cambiamenti. Mutano i Generi ma non la binarietà dell’Orientamento Sessuale: “eterosessuale” e “omosessuale” (cui si aggiunge la “bisessualità” che non rappresenta un “terzo polo”, ma la sommatoria, parziale, prevalente, o omogenea, degli orientamenti “etero” e “omo”).

Ogni altra variazione (riferendosi sempre e comunque a sessualità consensuale adulta) è considerata una “parafilia”, termine asettico per indicare le perversioni.
L’Orientamento Sessuale dovrebbe essere considerato superato - inteso negli attuali termini - dalla nascita dei “gender studies” (studi di genere) in poi, che, come detto, non individuano più esclusivamente le polarità “maschio/femmina” ma una serie di posizionamenti intermedi individuali (Identità di Genere). Così però non è stato, almeno fino ad ora, in Italia, ma non solo. Se esistono le persone transgender e genderqueer e sono persone sessuate e con capacità affettive, è evidente che l’uomo o la donna che dovessero iniziare a preferire le persona transgender e/o genderqueer per le proprie ricerche di partner, costoro non dovrebbero essere identificati negli orientamenti sessuali attualmente catalogati. Ulteriori sfumature esistono anche nell’alveo delle binarietà etero e omosessuale. Una lesbica mascolina (butch[5]) che desidera esclusivamente donne estremamente femminili (femme[6]) non ha - secondo il concetto di genere e identità di genere - un “orientamento” identico ad un’altra donna mascolina che si innamora esclusivamente di donne altrettanto mascoline. Nella natura binaria dei sessi tutte le sfumature si perdono e tutto viene forzatamente incluso nei due orientamenti sessuali riferiti addirittura al sesso cariotipico. L’orientamento sessuale quindi rimane impermeabile alle novità portate dal movimento femminista e transgender, nonostante le Associazioni gay e lesbiche si definiscano parte di un movimento anche di Gender (LGBT, dove T è appunto TransGender). La stragrande maggioranza delle persone - incluse quelle di orientamento omosessuale - considerano, quindi, un uomo che si innamora o desidera sessualmente una transgender come “omosessuale represso” o “eterosessuale alla ricerca dell’esotico”, a seconda della propria formazione culturale. L’accertata esistenza di uomini che, pur preferendo la persona transgender, mai si accoppierebbero con uomini (semmai, piuttosto, con donne nate femmine), o quella di donne attratte dalle transgender che però mai si accoppierebbero con uomini, è invece un fatto evidente a chiunque conosca la realtà oggettiva delle relazioni interpersonali fra “trans” e uomini (o donne).
Esistono quindi donne che desiderano persone transgender MtF o genderqueer … Sono etero o lesbiche? E gli uomini? Sono gay o etero? E se desiderano un transgender FtM ? E la lesbica butch che cerca donne lipstick vs/ quella che cerca una donna butch come lei? E il gay “macho” che desidera l’uomo effeminato piuttosto che quello che desidera un suo omologo? Esistono oggi persone che desiderano esclusivamente persone transgender mtf e o ftm, ad esempio. Quale orientamento sessuale hanno tutte queste persone?
Come farle rientrare, se non a forza, nella visione duale “omo/etero”? La risposta è una: semplificando la realtà al punto di falsificarla.

Gli Orientamenti Sessuali sono in realtà tanti quante sono le Identità di Genere delle persone
(e volendo, è possibile “dare un nome” ad ognuno di essi)[7].

Tutte le “definizioni” sopra esposte sono utili a capire la natura del Pangender. Le interpretazioni restrittive date ai termini “Genere” (maschile o femminile), “Identità di Genere” (esclusivamente la condizione “trans”) e “Orientamento Sessuale” (esclusivamente etero od omo) non producono una fotografia reale delle identità personali, in ambito di genere e orientamento delle persone.
Né le sommatorie tentate dal movimento Lesbico, Gay, Bisessuale, Transgender (LGBT) sono riuscite a trovare un reale terreno comune tra le persone e le loro diverse tipologie identitarie.
Le incomprensioni tra le singole “realtà” rappresentate dalla sigla sono ancora piuttosto evidenti, con non pochi casi di discriminazioni fra le diverse soggettività – talvolta anche all’interno di singole componenti (i "gay non effeminati" contro i "gay effeminati", ad esempio, colpevoli di non “integrarsi” a sufficienza per poter ottenere diritti). Ricordiamo che – nonostante i Pride commemorino un evento (la rivolta di Stonewall) nel quale le persone “travestite e transgender” ebbero una parte fondamentale, per molti anni, gay e lesbiche escludevano la componente trans dalle proprie marce.
Infine, queste “associazioni sommatoria” mal si rapportano all’eterosessualità, se non in termini rivendicativi, relativamente ai diritti civili.

La forma “sommatoria” (L+G+B+T ed eventuali code Q e I, di Queer e Intersessuali) di questo movimento ha raggiunto il massimo delle sue potenzialità, spesso attraverso forzature non realistiche da parte dei vertici associativi nei confronti delle loro stesse categorie di riferimento (nessun vertice di associazione gay o lesbica o transgender dichiara pregiudizi verso le altre “categorie”, ma le basi reali, le/gli iscritti, le/i simpatizzanti se ne portano spesso dietro a decine). Al di là dei pregiudizi, è quasi sempre l’impostazione culturale della propria condizione a rendere anche i vertici incapaci di comprendere le altre realtà appartenenti alla sigla-sommatoria.
L’idea pangender supera questa forma sommatoria dell’attuale movimento “L+G+B+T”, include (le Q, le I ed anche altre identità[8] tra cui quella statisticamente prevalente dell’ eterosessualità con il “genere” coerente con il sesso).

Quei rari casi di capacità di “immedesimazione” rispetto alle altre realtà interne al movimento, appartengono quasi sempre a singoli/e o piccole associazioni che già, nei fatti, affrontano la propria ragione d’essere in una prospettiva “pangender”, anche inconsapevolmente.

Paradossalmente, più ci si rifiuta di vedere le quasi infinite possibilità identitarie dei relativi diversi e 'moltiplicati' orientamenti sessuali, più le persone fanno fatica a riconoscere un reale comune denominatore che le faccia sentire in piena legittimità di esistere e facenti parte di una realtà con mille differenze.

Tanto più si accettano le molteplicità di genere e di orientamento sessuale e tanto più le coscienze si avvicinano (persino in ambito “etero”, difficilmente raggiunto dal movimento L+G+B+T, se non in termini di solidarietà esterna). Il termine pangender inizia ad acquisire un suo senso e consistenza.

Il Manifesto Pangender ritiene falsa l’idea secondo la quale, aumentando le definizioni di sé, dando un nome ad ogni cosa che differisca dalle altre, si generi un frazionamento che produce isolamento e frammentarietà identitaria. Nella visione Pangender, “i nomi” dati alle differenze, servono a meglio definire ma non a separare, proprio perché il Pangender vede in queste differenze esclusivamente un dato conoscitivo di sé, senza alcuna valenza etica qualitativa e senza classifiche di “migliore” e “peggiore”. Vede, inoltre, il denominatore comune che abbraccia ogni Identità di Genere ed ogni Orientamento Sessuale.

Si moltiplicano Generi e Orientamenti perché ogni persona trovi liberamente il proprio posto nel teatro della vita ed eventualmente la propria “definizione” nella logica di un molteplice continuum.
Non più una sommatoria di condizioni diverse ma un’appartenenza comune nel riconoscimento delle differenze.

Perché “Pangender” prima che “Pansessuale”? Perché pur essendo Genere e Orientamento Sessuale (meglio Affettivo e Sensuale) talvolta indipendenti l’uno dall’altro e talvolta interdipendenti, interagenti fra loro, resta una priorità dell’Identità di Genere riassunta nella domanda:
Se prima non sai chi sei, non sei in armonia con il tuo “corpo/mente”, come puoi dare un nome al tuo orientamento sessuale?
Non è un caso, ad esempio, che tra le persone transessuali / transgender sia più frequente – specie nel periodo precedente l’inizio della transizione o nei suoi momenti iniziali, di vivere, a volte per molti anni, senza alcun tipo di rapporto sessuale e affettivo. Davide Tolu[9], intellettuale transgender, scrittore e regista, una volta, in una conferenza ebbe, sostanzialmente, a dire che se non senti di avere un corpo (identitario) è difficile pensare di avere rapporti con un “altro” corpo. Se manca (l’accettazione de) il proprio corpo, come può esistere un rapporto sessuale? La parola “rapporto” indica la relazione tra due (o più) elementi.
Anche per questa ragione riteniamo il pangender il terreno più fertile da cui partire per trovare un denominatore comune identitario, realmente aperto a tutti.

Per la coscienza pangender, la differenza fra la persona nata maschio che transiziona a donna e l’uomo che si sente tale ma vive con ruoli di genere attribuiti al femminile, è fondamentalmente quantitativa.
Sono diversi posizionamenti nella STESSA SCALA identitaria. Talvolta anche riferita al solo “ruolo di genere”.
Una prova di quanto detto la si può pensare nelle reazioni medie che si potrebbero incontrare in una immaginaria
“candid camera” nella quale, prima si vedono le reazioni della gente ad un uomo in giacca e cravatta, su un bus, che fa l’uncinetto e, successivamente, si osservano quelle di fronte ad una transgender con tratti somatici mascolini visibili. Quello che cambia, nella reazione della gente – ne abbiamo fatte esperienze simili, tutti - è la quantità di stigma, di “risolini” o di “schifo”, di discriminazione; non la qualità.
Non crediamo che, ad un colloquio di lavoro, un uomo in sala d’attesa mentre “sferruzza” con l’uncinetto avrebbe molte più chance di essere scelto rispetto ad una transgender molto femminile e riassegnata anagraficamente.

E’ “la quantità” di discrepanze con i dogmi riferiti alle forme binarie di sesso, genere e ruolo a determinare lo stigma.

Ciò detto, è altrettanto evidente che, comunque, la quantità abbia un proprio peso anche nella qualità delle reazioni negative di una società maschilista, sessista, eterosessista e genderista.
Ciò obbliga il pensiero Pangender a definire una scala di interventi (non di valori) in base alla maggiore o minore urgenza e carenza di diritti.
Per le persone Transgender, Intersessuali, Genderqueer, Omosessuali è evidente la significativa carenza di interventi legislativi utili al raggiungimento dell’equiparazione di diritti e doveri con il resto della popolazione. Altre “variazioni di identità di genere” o di “ruolo di genere” o di “orientamento sessuale” hanno più bisogno di un intervento culturale e di vigilanza sull’applicazione di norme esistenti.
Infine esistono regole che andrebbero cambiate per tutti/e. L’anagrafe, ad esempio, assolutamente dimentica delle persone Intersessuate (quindi né “maschi” né “femmine”) che vengono brutalmente “rettificate” attraverso interventi chirurgici invasivi e totalmente arbitrari sui genitali nei primi mesi di vita, pur di “normalizzarle”[10] all’appartenenza ad uno o l’altro “sesso anagrafico”; dimentica, inoltre, delle persone Transgender di ogni posizionamento possibile, che non trovano alcuna collocazione, se non, di nuovo, attraverso una “normalizzazione” genitale che si adatti agli unici due sessi “ammessi”.

L’adesione al “Manifesto Pangender” implica, quindi, il farsi carico delle diverse reazioni alle diverse “singolarità” che include, anche in ragione del diverso peso dello stigma sociale riversato sulle diverse modalità e quantità di disubbidienza alla binarietà sessuale, di genere e di identità di genere.

Lo scopo del Pangender è quello di promuovere la libertà di espressione di tutte le Identità di Genere, di tutti i “gusti” che differiscono dagli Stereotipi di Genere riferiti alle appartenenze sessuali e agli Orientamenti Affettivi e Sensuali (tra adulti consenzienti) e quindi riguarda chiunque – a prescindere dal proprio posizionamento identitario – ritenga di essere parte di un disegno più ampio rispetto alle libertà di espressione individuale.
Non è questione d’essere transgender, gay, lesbica, bisessuale, eterosessuale, uomo, donna, ecc., ma di una coscienza di sé integrata all’interno di una complessità più vasta di quella “dominante” e che non discrimina tra identità lecite ed illecite, o con maggiori o minori diritti di cui godere.

Novembre 2009

Per la stesura del testo “Manifesto Pangender” incluso in questo libro, ringrazio, per il confronto sulle idee esposte, le seguenti persone:
Darianna Saccomani
Nadia Berardi
Sheina Pecchini
Michela Angelini
Chiara Masini
ed il confronto tematico con:
il dottor Roberto Todella, medico, psicoterapeuta e presidente del C.I.R.S. (Centro Interdisciplinare per la Ricerca e la Formazione in Sessuologia) e con la dottoressa Luisa Stagi (sociologa Università degli Studi di Genova, scrittrice)


[1] [1] Vedi: http://sites.google.com/site/pangendergathering/frequentlyaskedquestions
[2] per approfondire l’argomento consiglio la lettura del libro “Molecole di Emozioni”  di Candace B. Pert, Tea Pratica Edizioni
[3] Alcune anagrafi risolvono il dilemma sostituendo la voce “Sesso” con “Identificativo di Genere” senza comunque mettere in discussione il dualismo “maschio/femmina”.
[4] Alcuni esempi sono le identità Genderqueer, Two Spirit o il sentirsi “terzi” rispetto ai binomi di sesso (maschio/femmina) e di genere (“uomo/donna”).
[5] “Butch”, camionista, è un termine autoriferito dalla comunità lesbica con aspetto e modalità di vestire diverse dallo stereotipo femminile e spesso si identificano in modalità e con abiti prettamente maschili
[6] “Femme”, femmina, è, analogamente a “butch”, un termine autoriferito nel quale si identificano le donne lesbiche che preferiscono adottare modalità comportamentali e vestire con abiti tradizionalmente considerati femminili. Altri termini che identificano “sottocategorie” lesbiche sono “dyke” e, al suo opposto “lipstick”, analoghi ma non identici ai già citati “butch” e “femme”.
[7] Vedi il “gioco degli orientamenti sessuali” a pagina  45
[8] Ad esempio: Agender, Two Spirits, Genderqueer, Asessuale, Pansessuale, ecc.
[9] Scrittore, sceneggiatore teatrale, autore di libri, Transgender MtF. Per aggiornarsi sulle sue innumerevoli e apprezzabili opere: http://www.davidetolu.it
[10] “Normalizzazione” è il termine usato in medicina per gli interventi chirurgici sugli organi sessuali (talvolta anche urologici) degli infanti intersessuati


Novembre 2009
Copyrighted Mirella Izzo 2009 - 2017

lunedì 21 dicembre 2009

L'INVITO PANGENDER (IL DIRITTO DI TUTT* ALL'IDENTITA' DI GENERE)

STA PER NASCERE CRISALIDE PANGENDER.... L'INVITO A 360 GRADI
(per ulteriori info: http://www.pangender.it)


Dal 2007 Crisalide AzioneTrans, a seguito di numerosi eventi che hanno caratterizzato le dinamiche interne ed esterne del “movimento LGBT” italiano, ha ritenuto il proprio compito di “associazione transgender”, in via di esaurimento. Per il 2010 – dopo un paio di anni di sperimentazioni ed elaborazioni interne, l’Associazione intende “rifondarsi” con nuove modalità e obiettivi.
L’essere contemporaneamente Associazione Transgender, interna ad un movimento che risulta essere una sommatoria di condizioni “gay + lesbiche + bisessuali + transgender” (a cui talvolta si aggiungono Queer + Intersessuati) e dentro un incrocio ideologico di “posizionamenti politici” di Enti il cui scopo dovrebbe essere più “simil sindacale” piuttosto che “simil partitico”, ha posto la nostra Associazione di fronte all’obbligo di un’analisi sui perché dell’essere “movimento LGBT” per come si è espresso fino ad oggi e soprattutto sui perché delle tante sconfitte (o mancate vittorie) sul piano dei diritti delle svariate “categorie” di persone teoricamente rappresentate da una pletora di sigle non indifferente.

Le conclusioni cui siamo giunt* ha messo in evidenza – secondo noi – la non più attualmente valida formula della sommatoria “L+G+B+T” e l’inadeguatezza di un movimento che trova in ragioni “ideologiche” di schieramento di politica generale, motivi di conflittualità paralizzanti. Conflittualità che di solito si cerca di risolvere attraverso la ricerca di un compromesso che alla fine rende debilitate e con le “unghia spuntate” le azioni comuni di tutela e/o promozione dei diritti di tutte le realtà incluse nella ormai un po’ logora sigla.

Ci siamo quindi chiest* se e cosa poteva e potevamo cambiare.

Quale fosse il miglior “comun denominatore” che mettesse insieme realtà anche molto diverse fra loro (come l’orientamento sessuale e l’identità di genere o l’identità di genere e l’intersessualità).


Ciò che abbiamo concluso, cercando di osservare sia la storia del nostro movimento, sia le quotidianità e le cronache, è che non l’orientamento sessuale, non il transgender, ma il Gender, è l’elemento che costituisce il denominatore comune più rilevante. Le condizioni disgreganti e anti-identitarie del “movimento” sono state spesso legate ad elementi connessi all’espressione di Genere. Elementi che hanno creato la maggior parte delle incomprensioni, estraneità, isolamenti, discriminazioni all’interno di un movimento che ha creduto per troppi anni che la sommatoria aritmetica di diverse condizioni, fosse sufficiente come elemento unificante del movimento.


A determinare chiusure mentali e culturali, è infatti ancora oggi l’espressione di genere non “definita dualmente”. Il gay effeminato visto come un problema dagli omosessuali aderenti allo stereotipo di genere maschile. Oppure la lesbica mascolina rispetto all’identità di genere femminile, tra le donne. Ma anche l’opposto: la lesbica “femminile” all’interno di un movimento lesbico critico verso ogni aspetto che in qualche modo faccia riferimento al gusto estetico maschile. Il gay effeminato che sradica la possibilità di sentirsi normale al gay “eteromimetico” a causa del suo aspetto e comportamento (Maicol al Grande Fratello?), ma anche il gay ipermascolino che, rifiutandosi di “cedere virilità” agli uomini etero, ad altri appare strategicamente fuori luogo. Machi e Gay contemporaneamente? Alcuni pensano che sia troppa “esibizione” nel far passare l’idea che si possa essere accettati (e quindi beneficiati da diritti), in una società maschilista e “binaria” che vede nettamente separati i ruoli e gli stereotipi maschili e femminili indissolubilmente legati ai relativi orientamenti sessuali “ammessi”. Anche in ambito “trans”, la “transgender” dichiarata, non operata per scelta, mette in crisi, con le sue rivendicazioni di diritti, chi si ritiene “transessuale”. “errore della natura”, “donna nata in corpo di uomo” e che desidera – nella transizione – lo “sparire” nella più assoluta normalità legata agli stereotipi femminili (e viceversa per il percorso di transizione opposto). Specularmente la ed il transgender dichiarato che entra in conflitto con quelle persone che si dichiarano transessuali e vogliono - terminata la loro personale transizione - tornare ad una vita totalmente privata abbandonando le altre persone trans alle loro battaglie e spesso rinnegando d’essere mai state/i trans loro stesse/i.


I bisessuali, i pansessuali, ritenuti troppo spesso meri “viziosi” dal potere “genderista/sessista” che domina la cultura in cui viviamo, ma anche troppo spesso ritenuti “gay non abbastanza coraggiosi da dichiararsi omosessuali” da parte di molta gente omosessuale.


La visione “omosessuale” piuttosto che “omoaffettiva” rende difficile comprendere la bisessualità come condizione dignitosa. Se invece si ragionasse in termini di affettività e di “identità di genere” (in un senso allargato e non di esclusiva “trans”), diventerebbe semplice comprendere come alcune persone si innamorino delle “individualità” a prescindere dal loro sesso, dalle forme del corpo più o meno “androidi o ginoidi”.


Così come potrebbero essere compresi quegli uomini e quelle donne che “preferiscono la trans” sia per l’aspetto erotico, sia per l’aspetto affettivo, sia per l’aspetto di genere, se si ragionasse in termini che diano il diritto a chiunque ad avere una propria “identità di genere” personale, non stereotipata, senza dover per forza essere giudicati come “gay mancati”.


Ed anche comprese quelle lesbiche che si innamorano di una trans non operata e vengono immediatamente espulse dalla “comunità” come traditrici e “amanti del pene (eufemismo)”. Quest’ultima cosa è capitata a me personalmente. Non si dica che non è vero.


Rientra nel diritto alla espressione della libertà di Genere (Identità di Genere) anche l’uomo eterosessuale che amerebbe fare in pubblico “l’uncinetto” (o qualsiasi altro interesse visibile e stereotipatamente assegnato alle donne) ma deve reprimersi salvo essere considerato automaticamente “femminuccia” o “gay” (questo peraltro rivela come ragionare in termini di solo orientamento sessuale determini una gran confusione tra “gender” e “sessualità” in tutti e chiunque).


Dentro il diritto generalizzato alla libera espressione della propria identità di genere originale - che noi chiamiamo “pangender” perché più di “multigender” rappresenta una sintesi piùttosto che un’altra sommatoria - sta il progetto della nuova Crisalide.


Crisalide PanGender, aperta alle persone di ogni “identità di genere” e quindi ad ogni possibile orientamento sessuale (lecito in quanto adulto e consensuale), quindi aperta alla persona intersessuata, alla persona transgender, alla persona lesbica mascolina, alla persona lesbica “lipsitick”, alla persona etero mascolina, alla donna etero femminile, all’uomo gay “macho”, alla persona gay effeminata ed anche alla donna e all’uomo che si identificano con gli stereotipi di genere assegnati, ma che li considerano vissuti personali fra tante altre possibilità di essere.

Non più una sommatoria ma una consapevolezza che nella libertà dell’espressione di genere è incluso l’orientamento sessuale (che anzi si amplia nelle sue sfumature, nella misura in cui esistono omosessuali attratti solo da uomini effeminati piuttosto che mascolini, esistono lesbiche attratte da donne “femminili” piuttosto che “mascoline”, esistono uomini che non amano gli altri uomini ma s’innamorano della transgender, e donne che preferiscono i trans ftm agli uomini nati tali, e trans che preferiscono i/le trans, ecc. ecc.) e che solo da questa prospettiva potrà nascere una consapevolezza di “movimento unitario” e non più di una sommatoria di differenze che spesso neppure sono state capaci di conoscersi e amarsi.

Si dirà: ma questo è “transgender”. Forse sulla carta. In realtà poi con transgender si è sempre intesa la persona che transiziona da un “gender all’altro” magari senza alcuni passaggi più “cruenti” (o apparentemente tali per chi non li vive come essenziali).


C’è bisogno quindi di un nuovo termine per una nuova consapevolezza, nella quale l’essere transgender è sicuramente la condizione più ostacolata, più stigmatizzata di altre ma che non si differenzia in qualità, ma solo in “quantità” rispetto anche all’uomo eterosessuale con alcune tendenze o interessi considerati effeminati.


Consapevolezza che dentro la realtà “pangender” - che include intersessuati, transgender, gay, lesbiche, etero, uomini più o meno stereotipatamente mascolini o femminili e donne più o meno stereotipatamente femminili o mascoline e molte altre “sfumature” di genere - non tutte le realtà subiscono pari stigma e discriminazioni violente, ma che anche in questo caso si tratta di quantità di stigma e non di qualità dello stesso.


L’”etero con l’uncinetto” sarà spesso discriminato meno della transgender o del transgender solo perché la sua libertà di espressione di genere si discosta meno da quella “stereotipata” e con l’imprimatur della cultura della chiesa romana e vaticana che tanto ha influenzato il pensiero occidentale.


Nasce per questo Crisalide PanGender. Resta il nome Crisalide perché questa parola è legata alla trasformazione e alla libertà, perché storicamente Crisalide è stata la prima associazione statutariamente transgender e non transessuale e quindi già innovativa 10 anni fa.

Resta il nome Crisalide come simbolo di una immagine di serietà data negli anni.
Il resto però cambierà. Almeno questo è l’invito!

Saremo un’Associazione che interviene nel sociale ma anche un gruppo di persone che studieranno e cercheranno di produrre materiale che spieghi la pacificazione a cui porterebbe un pensiero pangender diffuso fra la gente.


Forse all’inizio la nostra Associazione avrà una maggiore attrattiva verso le persone trans e magari verso i gay effeminati e le lesbiche butch, a causa della decennale storia di Crisalide, ma l’apertura è davvero a 360 gradi verso la libertà d’espressione di genere delle persone tutte.


Questo lo sforzo e l’invito. Chi ci crede o si convince della giustezza di un’esigenza unificante relativa all’Identità di Genere, come elemento, diritto, di ogni persona, per determinare un movimento, un pensiero meno disgregato e settario, è benvenut* nella nuova Associazione che sta per nascere.

Presto apriremo le prenotazioni per l’iscrizione alla nuova Associazione.


Mirella Izzo

del Comitato Promotore per la nascita di Crisalide Pangender

Genova 14/11/2009