IO TRANSGENDER?
(contiene la poesia "Valium II (L'invidia)"
(contiene la poesia "Valium II (L'invidia)"
Oggi ho guardato un paio di trasmissioni americane sui bambini transgender e le loro famiglie. In tutti i casi questi bambini manifestavano la loro convinzione di essere bambine (o viceversa) a 4 anni, persino 3 e comportamenti tipicamente femminili già a 2 anni. In tutti i casi esprimevano un forte fastidio di avere il pene (o di avere la vagina per gli FtM). La loro consapevolezza, in tutti i casi esaminati, era ferrea al punto di confessare alla loro madre che «io non sono un ragazzo, ma una ragazza e prego Dio che domani mi faccia svegliare ragazza» (il viceversa per i casi di FtM d'ora in poi si consideri implicito).
Ascoltare e vedere mi ha obbligata a pensare a me e alla mia infanzia, dopo tanto tempo che non lo facevo (cioè a 39 anni mentre mi sottoponevo a psicoterapia per avere la diagnosi di "Disturbo dell'Identità di Genere", per iniziare la mia terapia ormonale).
I ricordi dei miei 3 o 4 anni sono sepolti forse per sempre tranne qualche flash che emerge e che non so datare esattamente nel tempo, ma che sento antichi, i più antichi ricordi.
Ricordo un bambino magrolino, quasi sempre triste e insoddisfatto di sé e della vita, ricordo quanto mi facesse soffrire quando mi chiamavano «grissino», ricordo quante storie facessi a mia madre ogni volta che mi voleva comprare un vestitino (ovviamente tipicamente maschile) e quanto adorassi le "macchinine" che mia nonna materna mi portava in regalo ogni volta che veniva a farci visita. Le chiamavo "brumme" le automobiline ed è stato per anni il mio gioco preferito. Fino a quando, a 10 anni, i miei non si trasferirono in un quartiere periferico dove era possibile giocare fuori casa. Prima però ricordo che giocavo a "pallone" tirando una palla contro il muro e "tuffandomi" come se io fossi il portiere e con la voce facevo sia la telecronaca, sia il tipico rumore da stadio. Ricordo che ero quasi sempre solo e che quando mia madre mi portava ai giardinetti, io regolarmente provavo, con una estrema timidezza, a fare amicizia con altri maschietti e, regolarmente, dopo un po', tornavo piangente dalla mamma perché qualcuno mi aveva picchiato o - magari - prepotentemente, non mi aveva lasciato salire sulle giostre... e ricordo molto bene cosa succedeva a quel punto: mi beccavo una sberla condita dalla frase: «cosa piangi, non sei mica una femminuccia, vergognati e vai e fatti rispettare». Non intervenne mai a mia difesa. Oggi dico per fortuna, ma allora ne soffrivo molto. "Sei un maschietto", me lo sono sentita ripetere centinaia di volte nell'infanzia. Un remind continuo ogni volta che manifestavo la mia tendenza più a piangere che a lottare o fare la lotta o usare la prepotenza o impormi con gli altri bambini. Anche per i vestiti ricordo che mia madre non mi comprava mai quelli che piacevano a me. Ora, se fossi la classica bambina transgender, dovrei aggiungere che io volevo la gonna o il vestitino. Invece no. Io volevo solo abiti che non mi facevano sentire un "ometto", quei tipici abiti che usavano negli anni '60 con pantaloncini corti, ma già con la riga maschile e gilet, giacchette-miniature degli abiti di mio padre & co. Volevo abiti da bambin*, maglioncini e jeans, roba neutra (ma vivacemente colorata) e tipicamente infantile. Invece, in molte foto, sfoggiavo persino un farfallino odioso e capelli rigidamente con la riga e "leccati". Un po' più avanti, nella prima adolescenza, avrei gradito capelli lunghi come i "capelloni" ma mio padre era chiaro: «se ti fai crescere i capelli, esci da questa casa» e poi, o mi ci picchiavo o dovevo sottostare al giorno in cui decidevano che dovevo tagliarli. Ricordo che odiavo andare in spiaggia e spogliarmi. Perché ero mascolino? No, perché ero "grissino" e mi vergognavo del mio corpo ghandiano, lungo lungo, secco secco. E mi vergognavo della nudità ed anche che con i costumi si intravvedesse la forma del pisello. Perché lo odiavo? No, perché mi faceva vergognare che si vedesse una parte del corpo così intima, dopo che mi era stata insegnata la più rigida educazione su cosa erano le cose "sporche". Ricordo anche - e sono ricordi che sono usciti dalla nebbia dopo anni di rimozione - che qualche volta, quando mia madre, ossessionata dall'ordine, usciva di casa io mi vestivo con le sue scarpe e tentavo di farlo anche con i suoi abiti, riuscendoci malamente essendo lei abbastanza in forma e io "grissino". I ricordi sono emersi, mano a mano, da uno principale: io che rimettevo a posto le cose di mamma esattamente come le avevo prese.

