Stesso link, cambio di nome del Blog e una diversa "mission". Non più i post del mio esplorare la vita, ma uno strumento militante. Story perché ogni cosa racconta la parte più significativa della mia vita e perché la storia di ognuna di noi finisce con la morte e quindi la storia, per ora continua con nuovi post e History perché perché c'è molto di "passato" atto a ricostruire la storia del movimento Transgender del decennio 2000 - 2010, approssimativamente
domenica 21 agosto 2011
PARLA MARRAZZO: UN REMIND
martedì 9 agosto 2011
SE NON ORA CHISSA' SE E QUANDO
SE NON ORA
CHISSA' SE E QUANDO
Perché è urgente che le persone trans, gay, lesbiche, etero, intersessuate, queer e quant'altro si uniscano ora in un progetto per i diritti di tutti
domenica 12 giugno 2011
EUROPRIDE 2011. E LE PERSONE TRANS?
Guardo le vicende LGBT da "esterna" da ormai molti mesi perché se la mia condizione individuale è transgender, il mio cuore, il mio pensiero, la mia sensibilità è pangender e non trans. Detto questo non dimentico 10 anni di militanza nel movimento Trans italiano nè posso né voglio sfuggire ANCHE dalle tematiche trans, visto che fanno parte della mia vita, della mia biografia. Non ero a Roma e ho seguito l'Europride dalle 19 in poi su RaiNews 24, unico canale ad avere il permesso di trasmettere integralmente Pride e Lady Gaga in diretta. Sono rimasta molto interdetta nel vedere un "successo" che mi emozionava e, contemporaneamente, l'assenza totale della rappresentanza "Trans" nei momenti di maggiore visbilità del Pride. Ai tempi in cui le tv ci intervistavano ma poi non mandavano in onda gran ché (le dirette erano un sogno), ricordo le lotte positive per il microfono tra me e la compianta Marcella (Di Folco) per parlare delle NOSTRE ISTANZE che solo secondariamente sono l'aggravante per i reati di transfobia e, tanto più, per il riconoscimento delle coppie gay.
Un po' perché chi tra di noi si opera e ottiene i documenti, almeno civilmente può sposarsi, un po' perché NOI TRANSGENDER abbiamo ALMENO un PAIO di istanze troppo prevalenti per importanza (quasi di sopravvivenza):
* Una legge per il cambio anagrafico per tutte le persone trans, a prescindere da "passabilità" o da interventi chirurgici di sorta in funzione della dignità, di una vita riconosciuta (se non ti riconoscono l'identità diventa difficile anche farsi riconoscere la vita) ma soprattutto per un motivo d'ordine fondamentale e cioè
* L'accesso al lavoro. Per NOI transgender (ricordo che io uso il termine transgender sia per operate sia per non operate, sia per riattribuite anagraficamente sia per chi non lo è) le discriminazioni sul lavoro non sono l'eccezione che finisce sui giornali, ma la norma. Non veniamo assunte PERCHE' transgender, PERCHE' la nostra condizione non è facilmente nascondibile, (a volte anche per chi ha documenti a posto ma un sistema osseo rivelatore della transizione) per chi non vuole barattare "carne per carta" con uno Stato e non intende (talvolta non può per una vasta serie di patologie) operarsi ai genitali.
Ebbene l'Europride ha totalmente ignorato, nelle sue interviste mediatiche, nelle situazioni più importanti, le istanze trans. Si è preferito appiattirsi su un obbiettivo minore come la legge contro l'omofobia (talvolta è stata citata anche la transfobia) solo perché c'è un progetto di legge in corso e, secondariamente, persino le questioni del matrimonio a prescindere dagli orientamenti sessuali.
Dove erano le rappresentatività transgender capaci di farsi spazio e rubare qualche microfono per dire queste cose? Luxuria è l'unica che è stata intervistata su RaiNews ma - mi spiace dirlo - lei ha rivendicato i diritti delle e dei trans solo quando era "onorevole" e aveva una "suggeritrice" sempre disponibile per lei, anche quando era in aula e si avvicinava un voto. Ieri Luxuria non ha detto una parola per le più importanti istanze TRANS.
Vero che è stata intervistata nel casino di un Europride, vero che non ho tutta la rassegna stampa a disposizione, ma una trans può dimenticarsi una scarpa appaiata ma non le questioni "lavoro" e "identità" quando si è intervistate in diretta su una tv! Non una rappresentante trans, seppur fuori dall'associazionismo.
Rimpiango i tempi in cui la "battitrice libera" intervistata dai media era Helena Velena. Nessuno ha avuto la forza di imporsi. Quella forza che non mancava alla morta Di Folco e all'inabile Izzo.
Quella forza indispensabile per far passare le istanze T* e magari anche I* in qualsiasi manifestazione organizzata da un movimento GL (si GL perché le ass.ni trans forse un paio di volte hanno avuto la forza di organizzare i Pride e dare spazio anche alle questioni T e I in un caso) storicamente amnesico rispetto alle istanze T. La parola LGBT è stata pronunciata solo da Lady Gaga... Il pride è tornato Gay (e comunque LGBT, togliendosi dalle palle specialmente le persone Intersessuali)...
Dove è la rappresentatività trans? Una rappresentatività che non sia appiattita sulle ass.ni G e L e che sopravvive solo grazie alle elemosine che volentieri le ass.ni G e L ci fanno da sempre pur di poter mantenere, in Italia come in tutto il mondo, un senso alla T di LGBT.
Soprattutto però è agli organizzatori che mi rivolgo: al Mieli e all'attuale Arcigay. Il Roma Pride dell'anno scorso non era così dimentico delle persone T*. Quando però l'unica cosa che si guarda è il "successo numerico" (per non voler essere malefiche e parlare di business) le ed i TRANS servono a poco. O meglio servono a poco le organizzazioni trans. Sono sufficienti le trans seminude o le Drag che fanno tanto colore e attirano i media 100 volte di più di quanto facevano gli striscioni di Crisalide A.T. e MIT (un po' più il MIT per unamaggiore concessione alla spettacolarizzazione del Pride). Non che sia importante questo. Importante invece è la totale dissolvenza dei diritti delle persone TRANS.
Non è un caso che i Pride con maggior "peso" trans, Genova e Roma dell'anno scorso, hanno dovuto vedere l'abbandono dall'organizzazione da parte di Crisalide a Genova e a Roma, gli organizzatori di un Pride veramente LGBTQI che appartenevano ad Arcigay, sono stati tutti espulsi.
SORPRENDENDE LADY GAGA (ed anche Praitano)
Grande Lady Gaga. Premetto che non sono una sua fan. Conosco qualche tormentone delle sue canzoni più famose ma la sua musica non appartiene ai miei generi di musica preferita. Non che mi faccia schifo. Semplicemente non mi è mai interessata come artista (e tantomeno come "fenomeno").
Una premessa fondamentale per far solo capire che non sono influenzata dalla sua fama. Grande Lady Gaga, ripeto.
Grande perché, al contrario delle leadership LG italiane, ha capito che per un Pride è importante parlare e non urlare slogan, rivolgersi direttamente agli interlocutori e non "a nessuno" o solo ai "nemici politici" del momento (non a caso è stata un po' fischiata quando ha ringraziato Alemanno).
Perché ha capito - la regina del trasformismo, capace, secondo Luxuria, di far morire d'invidia le Drag Queen (a meno che non fosse volutamente ironica) - che ad un Pride è meglio presentarsi sobriamente. Non che fosse proprio invisibile ma ha indossato un abito significativo (di Versace, notoriamente omosessuale) e a metà show si è pure liberata delle parti più evidenti dell'abito, restando con un lungo vestito nero ed ha sia parlato seduta ed ha cantato con il solo pianoforte d'accompagnamento (suonato da lei che non è particolarmente brava, quindi poco "coperta" dagli strumenti).
Una voce davvero meravigliosa. Sinceramente facesse un album acustico, potrei cambiare opinione musicale su di lei e comunque ho capito che è una vera artista, una vera CANTANTE (oltre che autrice). Ma questo è altro argomento. Il discorso di Lady Gaga ha disatteso ogni aspettativa (non la mia però... io ci speravo almeno contando sull'intelligenza mediatica della Lady)...
Non sarà memorabile come quello di M.L.King ma le sue parole sono semplici e chiare. Un discorso quasi più "pangender" che LGBT. Pacato ma soprattutto con un messaggio semplice ma giusto: "siamo tutti uguali" (aggiungo io "nelle differenze"). ha detto "io come donna o uomo... ma che importa poi..." con l'unico riferimento della serata alle questioni di Genere della serata (almeno quella trasmessa.. Non escludo che alla fine, quando tutti se ne vanno, abbiano dato la parola a qualche trans).
Stupefacente per la sua determinazione e scelta voluta di non distrarre con strumenti o abiti, dalle cose che voleva dire, parlando lentamente per aiutare la comprensione anche di noi italiani che l'inglese lo mastichiamo poco e male. Quando poi ho sentito la Praitano (Mario Mieli) ringraziare Lady Gaga perché le sue parole corrispondono con il programma dell'Europride, ho strabuzzato gli occhi (tra qualche anno chissà mi sarei pisciata addosso) Nulla della storia delle Associazioni che hanno organizzato l'Europride è affine alle parole di Lady Gaga.
Ok si è d'accordo sui diritti civili (ci mancherebbe altro) ma per stile, politica e messaggio, l'evidenza era la differenza tra lei e la storia di quella parte di Movimento LGBT organizzatore dell'Europride. Lei ha ringraziato Alemanno per avere lasciato svolgere la manifestazione (memore, lei, che in paesi molto vicini geograficamente all'Italia, una cosa del genere non sarebbe stata neppure immaginabile), il Mieli (in buona compagnia... penso all'ArciLesbica e la radiazione della presidente del circolo romano) lanciò una vera e propria scomunica alle associazioni che chiesero un incontro con il Sindaco di Roma appena eletto (per capire le sue intenzioni per avanzare istanze, come è normale). Lady Gaga non sa (ed è meglio così) che in Italia l'ideologia arriva al punto che con "Alemanno non si parla perché è fascista" anche se è il sindaco che governerà la città e quindi anche le persone LGTQI residenti a Roma. Per carità...pura ipocrisia.
Quel che dava fastidio era che alcune ass.ni avessero agito senza prima chiedere al Mieli... perché poi eccome se si è rapportato con il sindaco fischiato e per cui alcune associazioni vennero "maledette" per quella richiesta, ovviae normale. Per questo Lady Gaga ha proseguito ignorando i fischi... perché si è rivolta AI GOVERNANTI per cambiare le cose... Si è rivolta a chi può cambiare almeno leggi e influenzare i costumi. E quando lo si fa, ovviamente, non si può fare la lista di chi ringraziare e chi no.
Se in Iran, un successore eventuale dell'attuale governante, togliesse la pena di morte o meglio, depenalizzasse l'omosessualità pur continuando a condannarla religiosamente, se a farlo fosse un Ayatollah... come dovremmo reagire?
Felicitarsi della cosa o no perché proviene da un Ayatollah che comunque è storicamente omofobico?
Lady Gaga, italo americana, è politicamente più avanti della media del "nostro" (anzi vostro) "movimento" LGBT. E dato che lei è una cantante e per quanto ecumenico, il suo discorso non può certo definirsi geniale, la cosa la dice lunga sulla miopia dei "vostri governanti" (governanti del "movimento" o di una sua parte.. ci sono state defezioni all'adesione a questo Europride, in Italia).
L'importante è stato farsi belli con Lady Gaga, tirar su soldi con le feste (legittimo per carità... i costi di un Pride sono enormi, ma ci deve essere qualcosa di più di un appoggio alla leggina Concia). Una domanda. Ma le ed i trans sono content* di questo Europride?
Della visibilità dei loro problemi? Finita l'occasione per divertirsi a sfilare (ognun* come crede), cosa resta in bocca? Non un gusto amarognolo? A me si.
... e dimenticavo una cosa importante. Lady Gaga è stata l'unica intervistata a dire e ripetere di essere ARRABBIATA... e di come voler usare la sua rabbia... Niente facce "ebeti" come ho visto negli "esponenti del movimento" come se ci fosse da essere allegri.
Un conto è scegliere politicamente di manterere la parata una festa, un altro è parlare come se davvero fosse una festa...
La rabbia chi la sente?
Mirella Izzo
PS: mi scusoin anticipo se il mio italiano non fosse, in qualche parte, comprensibile o corretto. Diciamo che non dipende dalla mia volontà....
giovedì 7 aprile 2011
Lezione Universitaria di Mirella Izzo su Transgender e Identità di Genere
mercoledì 6 ottobre 2010
Dimissioni da presidente Crisalide PanGender
martedì 10 agosto 2010
Trans: problema o risposta?
Dico "Inseguirci" perché noi vorremmo scappare, spesso da tutte le difficoltà pratiche (ecco perché si dice che "la ricchezza non fa la felicità ma l'aiuta molto") e da noi stess* e dalle dinamiche relazionali che abbiamo messo in gioco o che abbiamo ereditato per nascita (la famiglia di sangue o adottiva).
Noi transgender siamo specialist* nelle questioni esistenziali ("Chi e cosa sono?"), ma, più sovente di quanto non si creda, diamo risposte molto diverse alla stessa domanda.. «Sono un maschio uomo o sono un errore biologico e sono maschio per errore ma donna?» «Non sono né maschio né femmina, né uomo né donna? Sono, al contrario, sia uomo sia donna?».
Domande che - di norma - restano oscure al "grande pubblico" di chi non vive sulla pelle questa opportunità che la vita ci ha posto davanti. Non la chiamo né sfortuna né fortuna proprio per il motivo accennato: diamo risposte diverse alla stessa domanda, C'è chi ritiene una fortuna avere in sé "entrambe le "anime" del maschile e del femminile", c'è chi la ritiene una grave ferita e tenta in ogni modo di cancellare "l'errore originale", chi, ancora, nega di essere "due anime" e ritiene la propria condizione un errore meramente biologico che non porta affatto ad essere sia uomo sia donna, ma "donna intrappolata in un corpo maschile" o, viceversa "uomo intrappolato in un corpo femminile".
Chi ha ragione? Chi dà la risposta corretta? Chi sono io o chiunque altro, per dare una risposta univoca nel decretare chi sbaglia e chi è nel giusto? Al di là di alcuni punti fermi strettamente biologici (alcuni noti altri ancora no) che negare sarebbe una falsificazione evidente - e cioè, per esempio, che nasciamo maschi o femmine in termini genetici anche se ci sentiamo e sappiamo d'essere l'opposto di quel che ci dice il corpo e non possiamo modificare questa differenza nelle sue parti più "funzionali" come l'impossibilità a far transizionare delle ovaie in testicoli e viceversa, un utero in prostata e viceversa, ecc. - il resto appartiene più all'intimo sentire che non ad una oggettiva realtà. Perlomeno allo stato attuale delle nostre conoscenze psicobiologiche.
Alcuni studi (troppo pochi per diventare scientificamente accertabili) sembrano dimostrare che a livello di neuroscienze, effettivamente qualcosa di diverso vi sia anche nelle funzionalità biologiche fra noi trans e chi non lo è. Studi che sembrano dimostrare che i cervelli di tutte le persone trans analizzate "funzionino" e abbiano caratteristiche tipiche del sesso opposto a quello di nascita. Qualora dovesse arrivare uno studio, replicato, di massa e con "cieco", fatto su persone trans prima che inizino la terapia ormonale e che desse lo stesso risultato di difformità tra corpo e cervello, ci troveremmo di fronte ad un nuovo affascinante enigma scientifico che però, nella correlazione inestricabile tra psiche e soma (PNI) non modificherebbe in modo determinante la "risposta individuale" che si darebbe alla citata domanda e, in questo caso, anche alla successiva «cosa significa avere un corpo maschile e una mente femminile (o viceversa)... Mi rende donna (o viceversa) o una via di mezzo, una sorta di terzo sesso, una sorta di intersessuale cerebro-somatico?»
L'aspetto "esistenziale" e - come tale - individuale, non credo potrà essere spazzato via mai. Anche qualora si trovassero aspetti genetici predisponenti (e se ce ne fossero anche altri, ignoti, che annulla o rinforzano o sostituiscano quelli scoperti?), il "kit diagnostico" di transgenderismo non credo sarà mai disopnibile.
Non è come essere in cinta o meno o la misurazione dell'insulina. Nell'identità di genere entrano fattori "esistenziali" tali da mettere persino in dubbio l'attuale caratterizzazione patologico/psichiatrica della condizione stessa.
L'attuale bisogno di "ormoni/chirugie" ecc., questo sì, potrebbe diventare un obsoleto ricordo qualora gli studi attuali sulle staminali e sulla terapia genica dessero risultati per ora solo sperati. Il ricorso alla medicalizzazione "pesante" (mi riferisco alla chirurgia e a farmaci con impatto pesante) renderebbe ancora più difficile giustificare il già ingiustificabile inquadramento di patologia psichiatrica curabile con farmaci non psichiatrici e chirurgia non neuropsicologica.
Senza questi aspetti, il nostro interrogarci sul "chi e cosa sono" non dovrebbe essere poi così diverso dalle domande ancestrali e universali che dovrebbe porsi ogni essere umano, da sempre. I classici "chi sono", "perché sono", "da dove provengo", "dove vado".
Proprio questi motivi culturali che ci fanno balzare in testa agli interessi "popolari" sia in termini morbosi, sia in termini di condanna dogmatica, sia in termini positivi, di curiosità verso il confronto con una realtà "altra" rispetto all'imposto dualismo sessuale, rende - di fatto - la nostra condizione un qualcosa che, pur partendo da uno specifico territorio dell'identità umana, diventa di valore universale per ogni essere umano.
Per questo subiamo un carico di stigma sociale vergognoso.
Per questo siamo l'oggetto del desiderio di molti studiosi della natura umana.
Per questo siamo altrettanto interessanti per chi si occupa di psiche o di sistema neuroendocrinologico, di genetica ed epigenetica.
Per questo raccogliamo tanto successo sia con uomini sia con donne in ambito sensuale.
Per questo sempre più raccogliamo l'interesse di sociologi e studiosi di diritto.
Per questo la nostra presenza fa sempre alzare lo "share" nelle tv.
Generalmente non ne siamo pienamente consapevoli noi, non lo sono né i ricercatori che ci studiano per trovare delle risposte, né - tantomeno - il "pubblico popolare" di tv e giornali,
ma di fatto, la nostra realtà, per via dei dogmi culturali che spezza e corrode, rappresenta un universale "remind", valido per tutte e tutti alle domande essenziali che chiunque dovrebbe porsi per vivere una vita consapevole e che la cutlura di una vita tutta esoversa (rivolta all'esterno, alle merci, al denaro, all'accumulo di beni materiali e umani, alla carriera, al bisogno di arrivare a fine mese o di arricchirsi, ecc) rende così difficile da praticare.
Viviamo in un mondo che non lascia molto spazio e tempo ad interrogarsi su di sé e per questo suscitiamo scandalo o morboso o appassionato interesse.
In fondo, non lo sappiamo, ma abbiamo una grande responsabilità sulle spalle: ricordare al mondo degli uomini e donne, che per vivere bisogna prima essere e per essere bisogna prima capire chi e cosa siamo.
Non c'è che dire: una bella grande responsabilità.... di cui, prevedo, l'umanità diventerà più consapevole tra qualche decennio (2012 permettendo).
Mirella Izzo
Genova 10 agosto 2010, ore 12
PS: questo scritto doveva, in partenza, essere una breve presentazione alla riproposizione "in casa" di una mia vecchia intervista rilasciata a blog esterni, che ritenevo ancora attuale e importante per la natura divulgativa del suo contenuto.
Poi, come talvolta mi accade, le mani hanno iniziato ad andare da sole, spinte da sinapsi che si formavano via via scrivendo e quindi, il pezzo ha assunto una sua autonoma natura e come tale ve lo presento
giovedì 7 maggio 2009
CRISALIDE: DIECI ANNI DI BLUFF INVOLONTARIO
Dimenticate tutto quel che ho scritto a riguardo di “cultura transgender”, di nativi americani e “two spirits”, “Winkte”, ecc.
Dimenticate che esista realmente, in Italia, un movimento transgender capace di esprimere una, anche vaga, propria cultura alternativa rispetto a quella socialmente dominante, basata sui “dualismi”.
Dimenticate che le persone “trans” italiane, assomiglino, anche vagamente, a come spesso io le ho dipinte.
Non che io abbia mentito consapevolmente. Un po’ sono stata ingannata da una serie di eventi, un po’ mi sono aggrappata – all’ultimo disperatamente – a quel che io stessa avevo costruito come immagine delle persone transgender.
Capita, quando ci si sbaglia e si investe tutta la propria vita su un errore di valutazione iniziale, di attaccarsi a quell’errore per non ammettere di non avere capito. Per non ammettere di avere costruito una realtà che non esiste o meglio, che esiste come fenomeno marginale, elitario, ed ormai completamente privato.
Le persone transgender che in Italia avevano qualcosa di importante da dire sono, ormai, tutte fuori dai “giochi”. O perché ritiratesi a vita privata o perché si occupano di altro. Mi permetto di fare io dei nomi: Davide Tolu, Matteo Manetti, Diana Nardacchione, Helena Velena, Alex Barbieri. E’ triste che l’elenco finisca qui, potrei dimenticarne un paio, ma gli altri nomi “noti” sono solo costruzioni artificiose (talvolta al limite del plagio) basate sulle idee di chi ho menzionato. Idee riportate ma non elaborate, quindi non vissute. In altro “post” ho già citato un libro di altra autrice che dovrebbe essere ascritto a me perché riporta al 90% elaborazioni da me scritte su web da anni.
Altre persone continuano a sciacquarsi la bocca con le idee di un movimento transgender ma praticano una vita da manager maschilista e venale.
AzioneTrans è, con la volontà di Francesca, ormai un’associazione di “transessuali primarie”, che lotta per leggi più giuste, ma che trascura l’elemento culturale che è poi quello che forma le persone e, successivamente, i movimenti. Ottimo lavoro ma anche lei credo stia iniziando a chiedersi: “per chi lo faccio?”.
Se non lo stesse facendo, mi preoccuperei.
Crisalide nacque proprio dall’incontro fra me e Manetti. Poco dopo si aggiunse Davide Tolu.
Non conoscevo gran che dell’”altro” prevalente. Conobbi loro (e più tardi gli altri nomi citati) e mi feci un’idea molto ottimistica a riguardo della profondità delle persone transgender.
Quando iniziai a vedere cosa invece facevano, come vivevano, cosa pensavano, la stragrande maggioranza delle persone “trans”, capii che gli sparuti altri che avevo conosciuto all’inizio del mio percorso di transizione, erano un’intellighenzia che per caso era entrata in contatto con me e che mi fece avere suggestioni errate.
La realtà è che una grande maggioranza di trans non è affatto interessata al “transgender”, alla rottura dei ruoli “binari” maschio/femmina e tutto quel che ne consegue anche in termini di diritti civili (si pensi all’istituto del matrimonio o all’istituto dell’anagrafe come sarebbero stravolti); vuole solo passare da uno stereotipo all’altro. Chiede non un diritto che provenga da un’elaborazione culturale e scientifica, ma il privilegio di transitare da un sesso all’altro senza mettere in discussione la binarietà dei sessi (per questo lo chiamo “privilegio”, perché la binarietà non prevede che si passi da una parte all’altra tanto allegramente).
La grande maggioranza delle persone trans italiane, non sa neppure chi siano le persone intersessuate, ovvero quelle persone a noi “sorelle” (o fratelli) maggiori.
La stragrande maggioranza delle trans MtF, non scende in piazza per il diritto al lavoro, ma si mobilita in massa (con la benedizione delle “associazioni” riunite in “coordinamento”) a Napoli per chiedere che si preservi il “diritto a prostituirsi”, motivandolo con il fatto che «noi trans non abbiamo altro lavoro per mantenerci».
Non interessa il diritto al lavoro, ma il diritto a restare marginali (ma ricche) riconoscendo che il vero lavoro (pre)destinato alle trans, è la prostituzione.
Non sono opinioni, ma fatti. A Napoli sono scese in piazza molte più trans di quante ne scesero a Sanremo, quando si manifestò contro la fine dei pregiudizi contro le persone transgender sul lavoro (gli altri, non la prostituzione).
“Transfemminismo”? “Uomo Nuovo” (de-maschilizzato e proveniente dal movimento internazionale FtM)?. Si, si… esistono le transfemministe ed anche uomini FtM che rifiutano gli stereotipi di genere maschilisti. Una percentuale irrisoria rispetto alle trans “maschie” nel cuore e nelle modalità di vivere il rapporto sesso/sentimento e agli FtM che sognano di diventare i migliori strapazzapapere dell’universo.
L’altro giorno parlavo con un’amica transgender americana del mio libro “Translesbismo: istruzioni per l’uso” (ormai davvero vicino alla pubblicazione italiana…) come di una novità assoluta nel panorama librario nazionale, per i temi trattati. Lei era molto stupita perché i temi del translesbismo e ancora di più del transfemminismo, sono oggetto di numerosissime pubblicazioni in USA e sono temi centrali nel dibattito dei movimenti femminista, lesbico, transgender.
Mi viene da ridere (o da piangere) se penso allo sparuto numero di translesbiche che associano al proprio orientamento sessuale lesbico, una coscienza di dignità femminile, di “femminismo transgender”.
Crisalide è stato un grande bluff che, per un certo periodo, ha quasi convinto una parte dei “media” italiani che le persone transgender potessero avere qualcosa di speciale, di utile alla società.
La realtà è che ancora oggi la maggioranza delle trans MtF SCEGLIE (dichiara di) la strada e ne rivendica grande dignità.
Mi sono vergognata a leggere su un bel libro femminista come “Altri Femminismi”, un intervento di Porpora Marcasciano che inneggiava alla prostituzione come strumento di indagine e conoscenza socio/psicologica e rivendicava alle trans questo ruolo di mediatrice tra i sessi che, chissà perché, dovrebbe avvenire facendo pompini o altri splendori della sessualità mercificata.
Mi vergogno ancora a leggere la sua approvazione ad affermazioni di sex worker americane e mistress (sadomaso in ruolo dominante) che giustificano il proprio mestiere e voglia di far soldi con frasi del tipo: «facciamo agli uomini quello che gli uomini hanno fatto da sempre alle donne».
Non capire che tali spiegazioni erano mere giustificazioni al proprio business, da parte di una trans; non capire la differenza tra chi ti paga per farsi frustare e la violenza perpetrata contro le donne per millenni, per me può significare soltanto che si è restate uomini e pure un po’ “stronzi”, dentro. Ovviamente è un’opinione personale derivante dalla mentalità che esce da certe dichiarazioni.
Oh, per carità… si sa che «le trans sono ottime prostitute…»
E’ noto, specie fra i clienti affezionati: «le donne lo fanno per lavoro, la trans per proprio piacere». Farsi pagare per il desiderio sessuale come conferma di una femminilità raggiunta, dimenticando un paio di particolari: che le donne raramente provano soddisfazione nel prostituirsi e che questi uomini che pagano le trans, pretendono l’”uccello” e possibilmente attivo e funzionante. Sai che conferma di femminilità!! Uno stereotipo? In parte sì, ma gli stereotipi, l’ho imparato, non nascono dal nulla. E reale che per molte trans che si prostituiscono, farlo è fonte di autostima e piacere. Se non bastasse la mia parola, la presidente di Libellula 2001 di Roma, ha dichiarato cose analoghe in una tv romana. Si, è così: una rappresentante vera (non come me, che rappresentavo me stessa e pochissime decine di altre persone) delle trans, ha affermato che prostituirsi ha anche un valore di crescita nella propria nuova condizione femminile (sic!).
L’”Uomo Nuovo”? Oh, basta frequentare per un’ora Davide Tolu o Matteo Manetti per accorgersi che esiste e per capire quanto è differente dallo stereotipo classico maschile/ista.
Certo è, però, che dall’altra parte sono decine le mie conoscenze di “nuovi uomini” (in senso temporale, in questo caso), che con la crescita dei primi peletti di barba hanno fatto impennare la loro stronzaggine testosteronica, prendendo e lasciando ragazze come fossero fazzoletti di carta. Ragazze incantate e inebetite da questi apparenti nuovi uomini “senza pene” che evocano il maschio non prevaricatore.
Quanti FtM maschietti perfetti, in tiro, alla continua ricerca dell’affermazione sociale nel lavoro, nel sesso, nei soldi… e nell’insopprimibile desiderio di far conquiste su conquiste! Quanti FtM yuppy anche ora che lo “yuppismo” è morto negli anni ‘90!
Non volevamo essere un “bidone”, noi di Crisalide… anzi non credevamo di esserlo, nei primi anni di attività. Pensavamo che il nostro fosse un sentire diffuso e comune e che magari noi avessimo semplicemente più voglia di comunicare e di farlo politicamente. Dopo un paio di anni, già sapevamo di esserci sbagliati ma pensavamo ancora che il nostro stimolo avrebbe potuto svegliare le nuove generazioni transgender ad una propria dignità in quanto tali. “Two spirits”, uomini e donne “come gli altri”, ma con un proprio specifico culturale, dovuto alla realtà oggettiva della propria condizione, realtà, biografia di transito fra i generi.
Ci abbiamo provato con tutte le forze per anni. Al massimo siamo stati ingannati da qualche falsa/o “discepola/o” della prima associazione transgender (e non transessuale) italiana, che ha usato la “novità” a proprio uso e consumo.
Solo io – di quel gruppo - ho resistito così a lungo (segno di minor intelligenza, di maggior impegno o di mera testardaggine? A chi legge la scelta) nel perseverare con la cultura transgender in Italia.
Sia chiaro: la cultura transgender esiste eccome! In USA, in UK, in Spagna, in Olanda, in quasi tutta Europa, ma non ha scalfito lo status di “italiota” che non ci distingue dal resto della popolazione, anzi, spesso, pur di piacere, ci rende, noi “trans”, più italioti degli italioti.
In tutto il mondo, le cure di cui necessitano le persone trans, sono fornite dai Sistemi Sanitari Nazionali (così come sono organizzati) tranne che negli USA, dove però il problema delle cure mediche a carico dello Stato è generalizzato.
In Italia, una classe politica (di sinistra) squallida e di un’ignoranza abissale, alleata a squali transgender che cercavano la via individuale alla ricchezza, magari stanche di dar via il culo, sta “dando vita” ai cosiddetti “consultori”, gestiti dalle Associazioni.
Non consultori che diano informazioni utili - come ci sono in tutto il mondo - ma che proprio gestiscono la salute e la transizione medica delle trans, ovviamente con personale medico, ma decontestualizzato dalla multi specializzazione che offre un ospedale.
Così le trans ed i trans “utenti” fanno più favori (a proprie spese): si tolgono dai coglioni negli ospedali dove ci sono “i malati veri” , spendono molti più soldi che con i ticket, e non hanno l’assistenza – normale negli ospedali – delle consulenze gratuite di eventuali altri specialisti per altri ambiti della salute che possono derivare proprio dalla terapia ormonale. Il tutto per mantenere vive queste Associazioni e soprattutto chi le dirige.
Complimenti alle soluzioni all’Italiana. Poi abbiamo protocolli diversi da quelli internazionali perché noi siamo più furbi di tutti ed infatti le ed i trans italiani si devono sorbire a volte anni di psicoterapia (quasi sempre pagata) per avere l’ok agli “ormoni” (nel mondo si eseguono test psichiatrici e si ha una diagnosi in pochi mesi).
Ci si potrebbe immaginare una rivolta popolare di fronte a questi abusi: «vogliamo essere seguite/i negli ospedali che offrono maggiori garanzie e sicurezza, in cui spendiamo meno e sostiamo meno a lungo nella terra di nessuno delle indagini psicologiche senza diagnosi».
Niente di niente di niente. Piegare il capo e obbedire: questa è l’attitudine prevalente in ambito trans, salvo poi scatenarsi di notte (per le MtF) nelle discoteche ad offrire il proprio corpo conquistato, come un trofeo di silicone o, per gli FtM, darsi finalmente alla “dolce vita” fatta di alcool e tanta più figa possibile…
Insomma Crisalide ha per anni falsificato la realtà. Io, in prima persona, ho raccontato a giornali, riviste, radio e tv, una realtà di persone meravigliose che in realtà non esistono, se non in una percentuale inferiore rispetto al resto della popolazione.
Di me un ex dirigente di Arcigay, ora presidente onorario (e che non è Grillini), so che disse: “è l’unica trans con il cervello”, o qualcosa del genere.
Mi offesi allora perché derideva una “categoria” che credevo esistere. Oggi, sebbene non pensi di essere l’unica, comprendo molto meglio tale affermazione. Ripeto non sono l’unica e poi “nel movimento” c’è tanta “merda” che ovviamente, anche una persona di media onestà intellettuale, fa già un figurone!
E poi, non sono così convinta che ripeterebbe tale affermazione, leggendomi oggi, negli ultimi periodi in genere.
Mi pento di avere rappresentato una realtà come prevalente, quando invece è ultra minoritaria? No, perché alla fine è bene rappresentare anche le minoranze. Perché è bene conoscere Stalin ma anche Trotzky, Bush ma anche Luther King.
Certo gente come King sembrava rappresentare il sentire comune dei neri d’America… ma era un falso. Tolto di mezzo lui, tutto si è perduto. E questa è la prova che tante belle menti, rappresentano solo se stesse, anche se a volte, godono di una certa popolarità. Perché anche gli stronzi, a volte, sognano d’essere buoni e si scelgono un leader che li rappresenti per continuare a farsi i propri affari (più o meno sporchi).
Succede ovunque? Vero. Tanto vero che molti anni fa ebbi a dichiarare in pubblico che le persone transgender avranno conquistato pari diritti solo il giorno in cui avranno diritto alla “mediocrità”.
Cioè che per riuscire a trovare un lavoro non fosse più necessario essere talmente brave/i e redditizie/i da far superare i pregiudizi, in nome del Dio “convenienza”.
In quella frase c’era la mia consapevolezza della realtà in cui mi muovevo ma che non potevo dichiarare come realtà prevalente.
Continuo a pensare che le persone transgender debbano avere accesso ai diritti di tutti, anche se non particolarmente brillanti, ma quel pensiero non mi sarebbe mai venuto in mente se non avessi già capito in che ambito mi muovevo.
Perché la mediocrità – lo dico perché è la verità, non perché sono diventata una vecchia acida – in ambito trans è molto più diffusa che altrove.
In un certo senso è normale che sia così. Lo è in genere per tutte le comunità emarginate al punto da portare chi vi appartiene ad auto ghettizzarsi pur di avere qualche vantaggio (vedi la vocazione alla prostituzione) Perché la comunità trans avrebbe dovuto fare eccezione?
Perché una cinquantina è riuscita a vincere l’emarginazione per fortuna o per merito?
Non è così, non lo è stato e non è.
Orgoglio transgender? Mi viene da ridere (o ancora da piangere). Esistono talmente tante trans che dopo avere completato la transizione, cambiano città, e nascondono la loro ex condizione persino ai loro partner, da far tristezza. In gergo si dice “vivere in modo stealth”. Ecco l’orgoglio transgender! Oppure esiste l’orgoglio” che vanta il diritto a prostituirsi come una bandiera dell’essere transgender. O l’orgoglio di corpi totalmente sintetici e denudati alle parate dei Pride.
Poco, pochissimo orgoglio rispetto alla propria intelligenza, sensibilità, ecc.
Anni fa a Matteo Manetti capitò di polemizzare con un CTU che faceva eseguire il Quoziente di Intelligenza alle ed ai trans, per avere l’ok all’intervento. La risposta che lo psichiatra gli diede fu laconica. Disse: “faccio questo test, lo ammetto, per una ricerca mia personale, perché il riscontro, rispetto al resto della popolazione, di capacità intellettive delle persone trans – specie da maschio a femmina – sono sconfortanti. Sono felice che lei faccia eccezione e “alzi” la media”. Al tempo, quando mi riferì l’episodio, sia io sia lui, rifiutammo ideologicamente l’affermazione dello psichiatra… Mentiva.. doveva per forza mentire. Oggi mi chiedo: “perché avrebbe dovuto farlo? A che pro, dato che era persona supportiva e non ideologicamente contraria alla transizione?”
Non che io creda poi molto al test del Q.I….. certo però che la cosa fa pensare
Un’amica lesbica, leggendo la bozza di quanto scritto fino a qui, mi ha contestato varie cose: che le situazioni di cui parlo sono comuni a tutte le realtà, che – ad esempio - anche la maggior parte delle lesbiche pensa a scoparsi qualcuna e non certo ai documenti programmatici di ArciLesbica, ma ci si iscrive perché delega all’Associazione il “pensare sociale” per i suoi diritti.
Mi dice che sbaglio a ritirarmi e soprattutto che è grave che io diffonda questi messaggi a tutti e non, magari, solo all’interno del “movimento”.
Sono anni che dico tante cose, all’interno del movimento, invano (forse le mie controparti non hanno mai effettuato un Q.I.? ).
In realtà non voglio dire che sono scontenta del lavoro fatto in Crisalide. Credo che l’Associazione abbia prodotto tanta qualità al punto che oggi, a sito fermo (dagli aggiornamenti) mi è arrivata una proposta di pubblicità sulle pagine del sito di Crisalide AzioneTrans. Segno che è ancora letto e visitato. Non è questo il punto. Il punto è che io ho rappresentato all’esterno una realtà transgender italiana che semplicemente non esiste. Ho proiettato su tutte le ed i trans l’identità mia e di uno sparuto gruppo di “intellettuali transgender”, forse un po’ segaiole/i, visti i risultati. Questo è il bluff, non certo le nostre proposte, articoli, interviste, lettere, proteste, ecc. Sono orgogliosa della produzione di Crisalide e semmai potranno essere altri a contestarne la qualità o validità.
Il bluff è solo la rappresentazione in “collettiva” di una realtà poco più che individuale.
Questo, secondo la mia amica, non va detto a tutti: «ci sarà chi utilizzerà le tue parole per gettare fango sulla “categoria”».
A parte che non mi ritengo così “seguita” da far sì che le mie parole vengano usate contro “la categoria”, il punto per me è un altro. Qualsiasi conquista di diritti, nella storia, passa attraverso una realtà vera di movimento e non attraverso rappresentazioni fantasiose, proiezioni dei propri desiderata.
E’ bene dire la verità sulla realtà trans italiana. Una realtà pessima come pessimo è quasi tutto, oggi, in Italia. Siamo diventati un popolo razzista, intollerante, abbuffino, senza ideali.
Chi li ha gli ideali, non è più rappresentativo. Capita a Crisalide come è capitato ai sognatori di “uguaglianza e fraternità” di Rifondazione Comunista e come capiterà anche ai sognatori di una destra rinnovata (penso a “Casa Pound”, se ne ricordo la dizione esatta). Siamo un popolo forcaiolo che però si commuove tanto se si raccontano storie strappalacrime. Diritti niente, ma solo gentili concessioni che portano, magari, Luxuria a vincere “L’Isola dei Famosi” o poche altre “transfortunate” a godere di un certo appeal mediatico.
Non potrei “andarmene” senza avere dichiarato prima il “bluff”.
Non perché voglia far del male alla “categoria”… questa il male se lo fa già da sola inseguendo il nulla, semmai per lanciare il mio ultimo “allarme”.
Se non si impara a “muovere il culo” diversamente da come si fa in discoteca, se non si impara a studiare, pensare, elaborare, leggere e poi, solo poi, lottare, beh, se le cose poi andranno male, ci sarà solo da fare un enorme e collettivo “mea culpa” perché si perderà, senza lottare, senza verificare se ci poteva essere una chance, un futuro diverso e migliore.
Tutte cose che non mi toccheranno gran che personalmente dato che lo status di persona con handicap è infinitamente più pressante, nella vita reale, di quello di transgender.
Già è noto cosa io pensi di chi oggi rappresenta il movimento trans in Italia. Mi basta aggiungere che tutte, ma proprio tutte, le persone perbene e soprattutto capaci, si sono ritirate a vita privata, alcune sconsolate, altre depresse, altre con un «andate a dar via il culo» represso per anni passati ad ascoltare pretese senza mettere mai in campo un millimetro di impegno, di assunzione di responsabilità.
Quel che fa rabbia è che questa non è la realtà transgender, ma quella italiana.
Basterebbe varcare il confine per accorgersi che di “Mirella Izzo” non ce ne è una sola, che non è né “mitica”, né “pazza”, ma che sarebbe una fra tante che provano ad usare cuore e cervello (maschile o femminile che sia… se non lo si usa, non si nota la differenza).
Di libri sul translesbismo e transfemminismo o riguardanti le riflessioni di trans FtM rispetto ad un modello maschile non maschilista, è pieno il mondo. Non in lingua italiana però.
Perché non ne vengono scritti e neppure vengono tradotti i tanti provenienti da paesi civili, senza scomodare le fatiche di pochissime/i italiane/i appartenenti a questa Repubblica delle Banane.
Non avrei finito ma sono stanca e poi «non si scrive così tanto su internet… dovresti fare un riassunto».
Beh, io alle elementari odiavo i riassunti, ma se qualcun* si vuole dilettare, che ci provi .
IMPORTANTE PRECISAZIONE: i nomi delle persone transgender che ho fatto, come esempio di bontà intellettuale (e non solo), non implicano alcuna condivisione – da parte loro – del mio pensiero, passato ed attuale, né l’appartenenza a Crisalide AzioneTrans. Sono nomi che io ho fatto per la stima che porto verso di loro e che non necessariamente è ricambiata, salvo – credo di poterlo dire – il caso di Davide e Matteo.
Mirella Izzo
PS: non so cosa rispondere a questa Azienda che vuol fare pubblicità sul sito di un’associazione abbandonata…
giovedì 23 aprile 2009
50 anni e due satori
50 ANNI E 2 SATORI
Nel giorno del mio 50esimo compleanno, mezzo secolo, e intorno ai 2/3 del “cammin di nostra vita” - secondo l’aspettativa di vita media occidentale – ritengo di dover raccontare qualcosa di cui mai ho fatto cenno con alcuno, in precedenza.
Ho avuto molti Maestri nella mia vita. Tra i più significativi ci sono l’osservazione degli infiniti itinerari di ogni storia umana, le leggi dell’Universo secondo la moderna cosmologia, le moderne neuroscienze, la genetica e l’epigenetica. Dall’altra parte e contemporaneamente ho imparato cose fondamentali dai bambini, spesso i più piccoli fra loro e dagli anziani.
I bambini se li ascoltassimo, hanno la capacità di “fulminarti” con intuizioni sulla vita, (spesso sulla tua), che neppure il miglior psicologo al mondo ne sarebbe capace.
Io li ho sempre ascoltati e ho decine di grazie per loro perché mi hanno – per la loro parte - insegnato a vivere. Del resto io con loro parlo come con gli adulti. Uso solo un linguaggio più semplice ma non so dar loro ordini. Preferisco spiegare e se sono capace a farlo, capiscono e quindi “obbediscono” per scelta e non per imposizione.
Gli anziani invece sono “lenti” e bisogna stare anche ore ad ascoltare le loro infinite perifrasi, le loro storie antiche, affinché si riesca a disvelare le perle di saggezza che queste storie contengono. Parlo degli anziani “invecchiati bene”… purtroppo sono sempre di meno nell’attuale organizzazione della vita. Per fortuna ho un’età che mi ha consentito di conoscere – nella gioventù – molti anziani rispettati, figli della tradizione contadina.
Se gli insegnamenti dei bambini sono vere e proprie “rivelazioni”, quelli degli anziani sono portatori, spesso, di una saggezza concreta ed empirica, capace di far cadere i nostri stupidi sogni che vorremmo far diventare case, senza neppure avere costruito le fondamenta perché i sogni possano diventare di carne o di pietra, di anima o di materia.
I bambini poi sono capaci di comunicare vibrazioni sottili anche nell’età precedente al linguaggio, se sai sintonizzarti sulle loro “frequenze”.
Ricordo un capodanno, negli anni più confusi della mia vita, in cui finii in una specie di festa casalinga con persone poco conosciute. Eravamo in campagna in una casa a due piani. Dopo un’ora di chiacchiere adulte io già mi iniziavo ad annoiare. Al piano di sopra dormiva una bambina di 4-6 mesi. Intorno alle 23 chiesi di poterla andare a vedere. Andammo tutti ma gli altri tornarono ai loro vini, alle loro chiacchiere, alle loro confuse biografie che si raccontano in serate come quelle.
Io restai da sola con lei. Ovviamente non parlava ma si era svegliata. Mi accucciai accanto alla sua culla e immediatamente si verificò un contatto visivo e fisico. Dopo poco, tenendomi tipicamente un dito fra le sue manine e facendosi accarezzare leggerissimamente sul capo e sul volto, iniziò ad interagire anche a livello verbale. Emetteva i suoi gorgoglii e suoni come in un latihan orientale. Dentro di esso – fu un po’ un momento magico – io iniziai a comprendere il senso dei suoi suoni accompagnati da una mimica facciale, da sorrisi disarmanti, risatine e movimenti del corpo. Persi totalmente il senso del trascorrere del tempo. Anche io iniziai il mio latihan verbale, talvolta con parole, altre con i miei suoni e i miei sorrisi. Era molto felice della mia presenza e comprendeva perfettamente l’abbandono che stava vivendo dai suoi genitori, anche se non ne soffriva particolarmente, essendovi abituata, come accade a moltissimi infanti, lasciati da soli nelle loro “tane”, magari con qualche meccanismo targato “beghelli” per sentire se qualcosa non và ed eventualmente accorrere nel momento del bisogno.
A prescindere dal fatto che un bambino di quell’età il bisogno lo ha sempre, non solo se corre pericoli di vita.
Fui risvegliata dal fracasso delle bottiglie stappate per la mezzanotte e, pochi minuti dopo, dall’arrivo della mandria umana adulta a salutare chiassosamente la bimba.
Il disappunto fu evidente nella sua comunicazione non verbale che io ormai comprendevo. Provai a scusarmi per questi casinisti che riempivano di rumori assordanti, orecchie ancora memori dei suoni dolci e attenuati del ventre materno.
In realtà, lei stessa mi tranquillizzò… come a dirmi che anche a questo ormai si era abituata. A quel punto, gli adulti, dopo aver rotto le energie sottili che trasmettono e ricevono i bambini piccoli, gli adulti pensarono bene di tornare a bere di sotto e questa volta, accortisi della mia assenza, mi reclamarono con frasi del tipo: «non ti isolare, dai… » o, peggio, «perché te ne stai qui nella solitudine, vieni giù».
Solitudine? La solitudine era con loro e con l’inutile utilizzo del dono delle corde vocali e del linguaggio. Chiesi un secondo, mi congedai con la piccola e mi rassegnai a tornare giù, anche perché iniziavo a vedere negli occhi della madre quello sguardo interrogativo e non amichevole di chi “tocca” quei figli che però abbandonano con grande nonchalance.
I bambini inoltre – tutti senza eccezione – sono stati gli unici a capire perfettamente il senso della mia transizione. Nessuno scandalo e tanta solidarietà per una persona che - come i loro personaggi di fiabe e fumetti - voleva usare la “magia” per essere e sentirsi se stessa. Se Cenerentola poteva trasformarsi da sguattera in principessa, perché non un uomo infelice in donna? La meravigliosa assenza di sovrastrutture mentali nei bambini, purtroppo talvolta è rovinata da condizionamenti precoci all’odio, alla diffidenza, al nascondimento delle realtà della vita degli adulti (realtà che di norma capiscono perfettamente anni prima che genitori imbarazzati si decidano a parlarne).
I bambini sono il “punto di partenza” della vita umana e i cosiddetti “illuminati”, i maestri di vita, devono tornare ad essere infanti con un solo dono in più: la consapevolezza conquistata nell’età adulta. Per il resto non vi sono differenze.
Quegli anziani che hanno saputo usare la vita per diventare saggi, sono veri e propri iniziatori, battezzatori ad una nuova vita, se li sai ascoltare ed interpretare dentro la tua realtà.
E’ poi arrivato Osho di cui sono diventata discepola. Non perché sia per me un “semidio”, ma semplicemente per la grande quantità di chiavi che è capace di offrire per aprire le innumerevoli porte che sbarrano la via a chi vuole dare un senso alla propria vita. Sono dei Giovanni Battista in attesa di giovani “Gesù” da iniziare.
Ed è di alcune parole di Osho… Maestro come colui che offre tutte le chiavi ma lascia la libertà di scegliere quella giusta per te (o anche di rifiutarle tutte)… di cui mi servirò oggi. Non come “adorante” ma come discepola.
Chi adora Osho, oggi, è rimasto attaccato al dito che indica la luna. Io sento una profonda gratitudine ma nessuna tendenza a divinizzarlo, propagandarlo, ecc.
Vi è un passaggio dai suoi commenti ai Vangeli che più facilmente di altri - forse perché commenta un testo a noi occidentali, più familiari di altri di origine orientale - mi aiuta a fare capire alcune cose di me che voglio, per la prima volta, tentare di condividere, a mio rischio e pericolo.
Parlando del battesimo di Giovanni a Gesù, ovvero di come sia possibile che una persona meno consapevole possa purificarne, iniziarne una più consapevole, Osho, fra tante altre importanti cose, dice:
L’iniziazione non è così semplice. Puoi essere iniziato solo da qualcuno che ha conseguito come minimo il primo satori, il primo samadhi.
Esistono tre satori. Il primo indica che hai avuto un’intuizione da molto lontano: hai visto l’Himalaya da molto lontano, risplendere nel sole. Quello è il primo satori. Il secondo satori accade quando hai raggiunto la vetta. Sei arrivato. E Il terzo satori accade quando tu e la vetta vi fondete. Quello è l’ultimo samadhi, l’assoluto.
Chi ti dà l’iniziazione deve aver conseguito quanto meno il primo. Se non lo ha conseguito, l’iniziazione è solo fittizia. Questo è un presupposto del Maestro: deve quanto meno aver conseguito il primo satori.
E da parte del discepolo occorre moltissimo, perché se il discepolo non è pronto, attraverso una profonda meditazione e purificazione, attraverso una profonda catarsi e pulizia interiore… anche se il Maestro è presente, non gli permetterai di raddrizzare la tua coppa. Opporrai resistenza, non ti arrenderai, non sarai in uno stato di abbandono.
Io ho conseguito i primi due satori, quelli che Osho chiama così, secondo la tradizione orientale.
Una premessa. Quando Osho enumera i tre satori, enumera tre qualità di beatitudini figlie di un nuovo livello di consapevolezza. Può accadere mille volte il primo e, successivamente, anche mille volte il secondo. Solo il terzo accade e resta definitivamente in te, come qualità del tuo essere. Il terzo satori è la cosiddetta “illuminazione”, “realizzazione”.
Inoltre non sempre i primi due satori arrivano come la famosa “mela sulla testa di Newton”, improvvisamente (ammesso e non concesso che la storiella sia reale). Solo se frutto di meditazione o di preghiera o di semplice “silenzio interiore”, anche non cercato, possono avere una precisa identificazione del momento. Se provengono dall’intuizione, dall’amore, dalla dedizione, dalla devozione (a persone o a ideali… non ideologie), specie il primo satori è possibile che neppure venga identificato come tale, se non dopo un certo periodo di tempo.
Il primo satori lo raggiunsi a seguito delle esperienze che feci con l’LSD dai 17 ai 18 anni. Chiarisco la parola “a seguito”. In realtà l’LSD a me ha solo fatto vedere, dimostrato, che esistono altri possibili livelli di coscienza. Una visione che però è totalmente in balia della sostanza e non realmente propria. A me però ha come confermato un qualcosa che sentivo dentro fin dai miei primi ricordi infantili, quando, di notte, non riuscivo ad addormentarmi, intorno ai 4-5 anni, riflettendo sulla morte e sulle sue implicazioni.
Lo slogan “Allargate l’area della coscienza” del poeta americano Allen Ginsberg, riferendosi alle esperienze allucinogene del “peyote” (mescalina), del “teonanactl” o “carne degli dei” (psilocibina) e dell’LSD (dietilammide dell’acido lisergico, di sintesi anche se l’acido lisergico è presente in natura nella segale cornuta), è da prendere con le molle: da interpretare. Le esperienze “allucinogene” sono un bagliore, sono come un sogno molto vivido da cui, però, poi ti svegli e – nel tempo – ne perdi l’essenza o – proprio perché sogno – le separi dalla vita reale.
C’è modo e modo di avvicinarsi a queste esperienze e io credo che l’unica accettabile sia quella rituale (in molti stati degli USA, alla Chiesa dei Nativi Americani è concesso l’uso del peyote esclusivamente a scopi rituali).
Rischiosissima ogni esperienza collettiva con queste sostanze, senza una guida, possibilmente con esperienza, ma nel momento, non sotto l’effetto della sostanza. Non sto dando consigli su come usarle, semmai l’opposto. Ne sconsiglio l’uso e specifico però quali modalità sono più pericolose di altre.
Non sto, insomma, dicendo che queste esperienze portino ad un livello superiore di coscienza. Non a caso molti tendono a ripetere per anni queste esperienze. Sono spesso caduche, come sogni e come tali vengono spesso dimenticate o se ne perde l’essenza. Così torna la voglia di riprovare, nonostante nessuna sostanza allucinogena, tra quelle citate, dia la benché minima assuefazione. Io ho fatto otto esperienze con l’LSD, tutte circoscritte in un anno solare. Per me, come per altri ricercatori, è stato un passaggio significativo perché già cercavo. Sinceramente ci sono altre vie più semplici da percorrere per arrivare alla stessa percezione. Vie più consapevoli. Io ho sempre scelto le strade più pericolose per arrivare “da qualche parte”, dietro una spinta interiore, ma non mi sento di consigliarle a nessuna persona, perché sono vie che possono anche portare alla “perdizione” totale di ogni possibile evoluzione di coscienza. Un mio amico, abusando di tali sostanze, è rimasto “piantato” dentro una psicosi fortissima da 30 anni e non si è mai più ripreso. Ora vaga per le strade, perso in non so quale pensiero, magari anche profondo, ma senza la benché minima capacità di comunicare con gli altri. Aggiungo che l’LSD brucia davvero tanti neuroni (per carità, lo fa anche l’alcool o la nicotina, ma non in tali quantità… e l’uso continuativo per anni porta ad una riduzione delle capacità cognitive significative.
Chiarito questo, posso tornare a dire che il mio primo “satori”, o la mia prima visione dell’Himalaya (preferisco questa immagine alle parole “mistiche” orientali, perché più quotidiane, semplici, meno evocative di chissà quali “poteri” mistici), avvenne a seguito di quelle esperienze, avute tra i miei 17 e 18 anni. Come detto, terminate dopo un solo anno. Non ne avevo più bisogno… In realtà non ne avrei avuto più bisogno già dopo la terza esperienza, ma siamo sempre tentati di verificare più volte delle intuizioni avute “in stato alterato della coscienza”.
Queste esperienze comunque furono un prodromo al satori che non confondo assolutamente con gli “stati di grazia e beatitudine” che puoi provare con quelle sostanze. Sono, lo ripeto, solo un “sogno” che può confermare, a chi già cerca, che una certa cosa è possibile. E se lo è sotto sostanza, può esserlo anche da consapevoli.
Mi toccano tutte queste precisazioni che mi costringono ad “allungare il brodo” perché, pur essendo per me ovvie, è mio dovere spiegarne e specificarne i rischi, anche, ma non solo, per non violare le vigenti leggi che regolano, anzi vietano, l’uso e l’istigazione all’uso di queste sostanze.
Quindi intorno ai 18 anni io ho visto la catena dell’Himalaya da lontano. Forse da troppo lontano, forse così da lontano dal farmi pensare che mai mi sarebbe stato possibile raggiungerla. Non avevo la più pallida idea di quale potesse essere la “mia strada verso le vette. Proprio a quell’età caddi, senza guide o aiuti, in una profonda depressione (clinicamente tale) che perdurò fino ai 26 anni. Età nella quale lasciai casa dei miei ed iniziai a percorrere una strada (che si rivelò errata) finalmente, almeno in apparenza, mia.
Il solo fatto di essere in grado di “muovermi” mi liberò improvvisamente e totalmente dalla depressione e dai farmaci che assumevo, in pochi giorni e senza alcuna (pur prevista) crisi da assuefazione. Passai dalla dipendenza totale per otto anni dai farmaci, alla liberazione da essi senza fatica e senza effetti collaterali, in un solo giorno.
Per molti anni successivi, però, presi talmente tante strade sbagliate, che smisi persino di pensare a quella visione, a quel satori… Vedere da lontano è un processo reversibile. Puoi sempre chiudere gli occhi e non guardare.
Così feci io, immergendomi nella mondanità della vita ed in una ricerca di me stessa (al maschile), attraverso le relazioni sentimentali. Alla fine passai da una dipendenza (dalla famiglia) ad altre (dagli amori carnali).
La “rivelazione” del mio essere anima femminile avvenne in un attimo, in un momento preciso e identificabile (ma di cui non ho preso nota… Un giorno fra la fine di aprile e gli inizi di maggio del 1998). Non fu il “secondo satori” ma una seconda esperienza del “primo”. La differenza stava nel fatto che, pur lontano, l’Himalaya ora mi sembrava raggiungibile facilmente.
In realtà non fu così semplice e sebbene la transizione al femminile cambiò sostanzialmente la mia vita, essa mi aprì semplicemente alla possibilità del secondo satori. La fine del disastroso e caotico stridore dovuto al mio vivere “fuori gender”, mi rese più silenziosa e, conseguentemente più efficiente.
Inutile dire che una testa piena di pensieri, come una brocca piena d’acqua, non può più ricevere nulla, mentre una mente più libera, come una brocca vuota o comunque non piena, può accogliere altre esperienze ed intuizioni.
Il mio secondo satori, invece, è arrivato, ancora una volta, “a seguito” di un’altra esperienza. Non cercata, non voluta, ma accaduta.
La scoperta dell’aneurisma all’aorta, ma soprattutto l’intervento chirurgico a cuore fermo e senza metà sangue, avvenuto ovviamente in anestesia - che però – è noto – rende solo incosciente la mente, ma non elimina l’esperienza vissuta - ha spianato la via al secondo satori.
L’esperienza, la sensazione netta, il ricordo delle carni e della subcoscienza, dell’esperienza di una “morte da vivi” a me arrivò dopo un paio di mesi dall’intervento. La cosidetta “CEC” (Circolazione Extra Corporea) spesso produce infatti depressioni, se non psicosi (quando non brucia fisicamente parti del cervello per ipossia, ossia scarsità di ossigeno nel cervello) proprio dopo un periodo analogo, in molti pazienti che si sottopongono a tale pratica, pur essenziale, allo stato attuale delle conoscenze, per riparare cuore e zone limitrofe.
Non ho fatto eccezione e per molti mesi ho iniziato a sentirmi perseguitata dalla sensazione di non essere più completamente viva. In alcune mie poesie dell’epoca, credo di avere descritto al mio meglio, gli aspetti più terribili di questo stato psicologico. Inoltre, dall’intervento in poi, ho iniziato a scoprire parecchie zone ischemizzate nel cervello e sviluppato una lunga sequela di patologie, ultima delle quali la cosiddetta “fibromialgia”. Cosiddetta perché in realtà – e la scienza ci sta arrivando, sembra, finalmente – le cosiddette “Fibromialgia”, “Sindrome della fatica cronica”, “dolore neuropatico”, sono in realtà un unico problema legato ad una ipersensibilizzazione dei neurotrasmettitori cerebrali. Le reazioni non sono più corrette e quindi compaiono dolori generalizzati, stanchezza inverosimile anche senza sforzi (anergia), stati transitori di confusione mentale (chiamati con l’evocativo nome di fibrofog) e/o di parziali amnesie, parestesie, anestesie ed un altro centinaio di altri sintomi. Allo stato attuale non esistono cure per questo stato cerebrale che produce sintomi fisici.
Non credo potrà esistere una vera cura medica perché sono “sindromi” nelle quali il proprio cervello manda un segnale potente alla persona: «hai sfruttato troppo le mie capacità di reggere lo stress prolungato, gli choc, la tensione. Ora basta. Se non sai fermarti tu, ti fermo io!».
Per quattro anni, ho vissuto nell’inferno, cercando di dissimularlo agli altri, il più possibile. Chi sopporterebbe una persona che ti dice: «io sono viva al 50% e non vedo l’ora di raggiungere l’altro 50% che è morto per ritrovare la mia unità»?
Sentivo che qualcosa mi sfuggiva ma alla fine prevalevano gli impulsi a “farla finita”. Non pensieri, sia chiaro, ma veri e propri “impulsi” cui era sempre più difficile resistere.
Quindi sono entrata in profondo contatto con la morte e ho iniziato ad allontanarmi dalla vita, dagli altri. Poi, lentamente, non più dagli altri, ma dalla stupidità di chi vive senza la consapevolezza della morte.
Infine ho incontrato l’amore. Potrei dire uno dei tanti. Forse la 40esima storia d’amore della mia intera vita (M e F). La differenza è stata però che questo amore è arrivato mentre io ormai viaggiavo quasi felicemente verso la morte. La conversione rapida, immediata dalla morte all’amore ha provocato il mio secondo satori. Dove vita e morte convivono finalmente in pace dentro me, senza paure o conflitti. Senza rinuncia alla vita, senza vivere nell’inconsapevolezza dell’immanenza della morte.
Questa donna, Chiara, deve avermi amata in modo davvero speciale per tirarmi fuori da dove avevo incominciato a viaggiare. Dall’altra parte io ho saputo rispondere al suo richiamo e invertire la rotta con una conversione a U immediata.
Chi medita sa che è nell’istante che passa tra inspirazione ed espirazione, il momento in cui si aprono delle porte verso una consapevolezza più alta, una integrità fra “fuori” (espirazione) e “dentro” (inspirazione) ed anche, analogamente tra vita e morte, tra espansività e introspezione, e tutti i “contrari” (apparenti) della vita.
In realtà sono proprio le conversioni di direzione tutte a dare l’opportunità maggiore di un balzo in avanti di consapevolezza.
Qui ho conosciuto il mio secondo satori che si è esplicato chiaramente fin dal settembre 2007.
Il mio secondo satori potrei definirlo come un ritorno dopo avere viaggiato nella morte, averne vissuto lo choc, averla elaborata e quasi violentemente esserne tirata via proprio quando mi ci stavo abbandonando. Un ritorno improvviso ed immediatamente colmo d’amore.
Non è che i satori comportino solo grazia e beatitudine. Tutte balle raccontate a fin di bene, per spingere la gente a crescere e vivere la propria vita senza sprecarla.
Ogni nuova consapevolezza porta con sé un mutamento profondo del proprio relazionarsi al resto del mondo. E ci sono anche parecchi rischi. Molti si allontanano totalmente dal mondo e vanno sull’Himalaya in senso letterale, con il corpo e nella totale solitudine. Altri, sentono il bisogno di diffondere quel che hanno sentito.
Io da decenni operavo “nel sociale”, e da 9, dentro il movimento GLBT (poi diventato LGBT) e, per una delle mie ultime azioni interne al movimento, LGBTQI.
Il primo atto formale della mia militanza fu la co-fondazione di Crisalide, nel 1999. L’ultimo, la cofondazione del Comitato Genova Pride 2009. Sia da Crisalide/AzioneTrans, sia dal Comitato mi sono ritirata da ogni responsabilità, nel marzo/aprile 2009, a poche settimane dalla registrazione formale del Comitato.
L’aggiunta del “QI” (simbolico anche in altro senso), alla sigla LGBT, è l’ultimo atto politico nato da me, per il Pride genovese che oggi si chiama LGBTQI, insieme ad una parte consistente delle novità scritte nel programma, rispetto ai programmi dei Pride degli anni precedenti. Sia chiaro che per me LGBTQI è comunque una limitazione: la lista dovrebbe essere più lunga, oppure bisognerebbe trovare una parola condivisa che indicasse ogni varianza di genere e di orientamento sessuale (per approfondire rimando a “Translesbismo: istruzioni per l’uso” e, quando sarà pronto, a “Tra(n)scritti Politici”), ma allo stato attuale già l’includere la “Q” di Queer e la “I” di l’Intersessualità, ha provocato non pochi sobbalzi negli scragni delle più “alte autorità” del “movimento”: ovviamente in quelle che apparentemente sembrano più all’avanguardia, più innovative e più di estrema sinistra o – specularmente – di destra). «Una sigla così lunga e impronunciabile non sarebbe capita», è stata l’obiezione più comune, insieme a quella paradossale del «la gente già non capisce “LGBT”, figuriamoci “LGBTQI”.
Paradossale perché mi chiedo allora perché si sia usata questa locuzione per anni (includendo anche la precedente GLBT).
La realtà dei fatti è stata come io prevedevo. Chi non aveva mai “inteso” LGBT (e parlava sempre di Gay Pride, non per semplificare sui giornali, ma per reale identificazione) non ha capito LGBTQI, chi invece aveva capito LGBT, ha compreso immediatamente LGBTQI. Anzi, alcuni che non si erano mai soffermati sulla sigla di partenza, si è incuriosito – specie sui media – di una sigla non ignorabile per la sua lunghezza e anche per la sua reale impronunciabilità. Risultato: oggi chi ha avuto voglia di leggere, può sapere il significato di due nuove parole: queer e intersessualità.
A prescindere da questi micro resoconti “storici”, la domanda che iniziava ad avanzare in me, con la nuova consapevolezza che mi portava a tagliare con abitudini obsolete, ad essere insofferente verso politiche cieche e ripetitive e ribelle di fronte alle lotte quasi sanguinose di potere per poteri così microscopici, era: dopo il secondo satori, come mi sarei rapportata con questa parte così importante della mia vita, che avevo anche parzialmente distrutto, nella confusione nichilista che mi accadde nel 2004-2005, dopo l’intervento chirurgico e precedentemente al secondo evento personale?
Giovanni lo comprese: in caso contrario, Gesù sarebbe stato uno straniero fin dal primo momento, e le cose sarebbero diventate praticamente impossibili.
Anche così le cose furono impossibili – ma nessuno può dire che Gesù non ci provò; nessuno può dire che Buddha non ci provò .
Da parte loro, essi fecero tutto il possibile per diventare un flusso che perpetuava l’antico, il vecchio, la tradizione. Essi vollero una rivoluzione non contro la tradizione, ma al suo interno. Ma non è mai accaduto: la vecchia mente è veramente ed estremamente ostinata, testarda fino all’inverosimile.
- una sempre maggiore ostilità da parte del “vecchio” di comprendere il senso del mio proporre, con punte di avversione e persino odio nei miei confronti, specie in ambiente associativo trans;
- un costante rischio di cadere dalla consapevolezza raggiunta, nello continuo sforzo di compromesso con la mia coscienza, nel piegarmi a scelte non condivise o condivise nei perché ma non nei come (perché si fa un Pride. Come si fa un Pride, ad esempio)
Sono molte le cose che ho predetto essere sbagliate e che poi si sono verificate puntualmente. Sono molti i tentativi di portare anche un poco della mia consapevolezza nel “movimento” che sono stati ignorati o – talvolta – molto apprezzati in teoria e mal applicati nella prassi.
Mi spiaceva perché vedevo il “movimento LGBT” sempre più “vecchio”, i “dirigenti” sempre più somiglianti a moderni Kaifa, incapaci di leggere nel cuore della propria gente (le persone lesbiche, gay, trans, ecc.).
L’evidenza di un “movimento” ormai molto lontano dalla gente che intenderebbe rappresentare si è evidenziato in molte situazioni, la più evidente delle quali è stato l’appuntamento elettorale del 2006. Con indicazioni di voto totalmente disattese dai due milioni e fischia (almeno 4 se includiamo le famiglie e amici) di potenziali elettori.
Il mio “modo” di essere “leader” - che non è stato gran che capito da sempre – iniziava ad essere un vero fastidio. Durante le prime fasi di comunicazione del Comitato Genova Pride il mio interagire nei forum alla pari con la gente che si chiedeva tante cose sul Pride di Genova e si lamentava per l’apparente imposizione dello stesso come Pride Nazionale, fu frainteso e preso come una incapacità di lavorare in “equipe”. Era evidente che io stavo dando per scontato che le cose di cui avevo parlato nelle riunioni precedenti non era stato capito. Io non avrei dovuto rispondere alle singole domande, critiche, obiezioni, secondo molti, perché ero “dirigente”. Allo stesso modo, anni prima, mi si contestava il mio personale pormi alla pari degli altri, con una pagina web personale nella quale facevo conoscere molto della mia vita privata, raccontandone “miseria e nobiltà”, senza censure. Non dovevo. Ero “dirigente” e non dovevo dare “armi” a possibili nemici che mi potevano attaccare.
Non piacque quando misi on line le mie foto del percorso di transizione fisica dove mostravo seno e natiche che si modificavano via via nel tempo, a causa della della terapia ormonale. Una dirigente non mostra culo e tette!!! Si espone a facili strumentalizzazioni. Io pensavo invece quanto potesse servire a chi ancora non aveva iniziato, farsi un’idea di cosa poteva accadere al proprio corpo, con la terapia ormonale. Che mi importava se qualcun* avesse pubblicato le mie tette o natiche? C’erano decine, oggi centinaia di interviste, articoli, pagine web, dove si poteva evincere facilmente cosa ero/sono. Perché un “dirigente” dovrebbe essere diverso da chi “rappresenta” nei bisogni umani primari?
Ciò che non è stato capito è riassumibile nella frase:«Chi ti credi di essere tu a voler essere sia “dirigente”, sia “popolo”?».
Credo di avere, negli anni, infranto ogni regola (quelle non scritte) del “senso comune” vigente nelle altre Associazioni (specie trans che conosco meglio). In Crisalide la lista soci era di discussione e chiunque poteva criticare la presidenza o il direttivo. Non era un problema, in realtà, se si agisce correttamente. Se un direttivo non è capace di difendersi dialetticamente dalle critiche, che cazzo ci sta a fare? Madonna quante livide obiezioni ricevetti da altri membri del Direttivo perché li/le esponevo al pubblico ludibrio. «Non hai rispetto dei dirigenti», mi fu letteralmente contestato da una persona che poi attaccai sul piano personale, sbagliando (era il periodo “nero” in cui non stavo per lasciare per la prima volta la presidenza). «Dirigenti? Noi siamo al massimo rappresentanti», risposi io stizzita verso chi era arrivato al “Direttivo” su “nomina” presidenziale (mia) e non per elezione!!
Non posso enumerare tutte le cose accadute, tutte le intuizioni andate perdute perché “non conformi”.
L’ultimo “misunderstanding” è stato con il Comitato Genova Pride: mentre cercavo di stimolare le persone a partecipare con le proprie modalità, perché pensavo ad un Pride solo a metà del Comitato ma lasciato libero (seppur coordinato) all’auto-organizzazione delle persone, se, ad esempio, volevano fare un carro tematico a “modo loro”. Guai! Questo stimola la libera iniziativa al di fuori delle Associazioni che invece devono mantenere il monopolio assoluto della rappresentatività.
A dire il vero fu il “penultimo” misunderstanding. L’ultimo è accaduto in AzioneTrans, ma non ne voglio parlare per non trasformare un “post” in un libro. Posso dire che entrambi i misunderstanding appena citati, sono avvenuti nell’assoluta buona fede delle altre persone. Le differenze sono solo di “campo visivo”. Prendersela solo con il “gotha” gay e lesbico (per quello trans bisognerebbe fare un discorso a parte, perché le colpe sono reali e gravi), sarebbe stato sciocco e miope perché questa “gente” che si lamentava tanto delle Associazioni, alla fine, non ha fatto nulla, neppure dietro i miei stimoli e “coperture” ufficiali associative. La “gente” preferisce lamentarsi, lamentarsi, lamentarsi senza far nulla. Quanto è facile guardare dalla finestra e criticare! Quanto è più facile passare da “follower” ad ignavi piuttosto che da “follower” a “co-leader”, assumendosi qualche, anche piccola, responsabilità individuale!
Alla fine di pochi mesi, ho capito che non c’era “trippa” per “gatti come me”, dentro questo “movimento”.
Lo volevo riformare dall’interno, convincendo della bontà di alcune innovazioni e aperture. Il Sinedrio però non mi ha capita ed il popolo ha gridato “Barabba!”. Io non ho scacciato i mercanti dal tempio, li ho solo criticati e quindi niente crocifissione per me, solo una graduale emarginazione “de facto”. Al contrario di Gesù, mi sono ritirata prima. Anche perché non ho né la forza di Gesù o Buddha né la loro saggezza. Io sbaglio, cado dall’Himalaya perché non so cosa sia ancora il terzo satori. Lo dico per chiarire il senso del mio paragonarmi a questi immensi personaggi. I paragoni che ho usato iniziano e terminano nel tentativo di innovazione fallito.
Quindi, in assenza di un popolo che mi seguisse, in assenza di una mia morte che desse vita, in qualche “fan/atica/o”, la costruzione di una specie di Associazione-Chiesa in mio riferimento, in assenza di un Sinedrio che mi ascoltasse, ho compreso ciò che già sapevo: per me non c’era spazio. Lo sapevo ma dovevo tentare perché, appunto, posso sbagliarmi.
A volte, vorrei tanto che accadesse più spesso di sbagliarmi, visto che “la vedo nera”, rispetto ad una rivoluzione culturale di gender e sex.
Avremo i Didorè e lentamente anche le persone trans saranno “inserite” dentro la logica dualista “maschio/femmina” ed in questa logica accettate. Il sogno transgender, genderqueer, two spirits, verrà fagocitato dalla nuova normalità in cui trans ben ben operate avranno finalmente un lavoro per vivere. Una vittoria che è soltanto la convenienza di un potere che non vuole più le puttane per le strade. Ovvio che se vuole raggiungere questo obiettivo dovrà far entrare le trans nel mondo del lavoro. E se vorrà preservare il matrimonio cattolico, dovrà dare qualche boccone a gay e lesbiche.
Si lamenteranno le Associazioni. Diranno che “o matrimonio o niente” ma sicuramente dopo i Didorè (o qualcosa di simile), verranno tagliate le radici di una protesta che non aveva basi culturali, ma solo di convenienza.
Anche le Associazioni Trans faranno finta di lamentarsi quando arriverà una leggina che consente di cambiare il nome da maschile a femminile e viceversa, senza però cambio di genere/sesso, quindi con codici fiscali e passaporti che indicano chiaramente che “Mirella” è e resta maschio. Faranno finta perché si fregheranno invece le mani per la grande vittoria ottenuta. La non accettazione di leggi contro il solo cambio di nome infatti fu mal digerito quando lo proposi a tutto il movimento LGBT italiano, proprio dalle Ass.ni transgender. Allora Crisalide era potente e accettarono, dopo infinite polemiche e comportamenti ambigui (in particolar modo da parte di Libellula di Roma e, in misura minore, dal MIT di Bologna).
Tanto più i Didorè sapranno accontentare le convenienze di gay e lesbiche, tantomeno sarà praticabile la giusta rivendicazione secondo la quale deve esistere un unico strumento legislativo che regoli le unioni affettive con implicazioni sessuali. Se si accetterà una leggina che cambia il nome, sarà quasi impossibile, per decenni, sperare in una legge alla “spagnola/inglese/cubana” che modifichi sui documenti i veri dati sensibili che poi portano all’emarginazione sociale e lavorativa: il sesso (gender).
Ora che ho rivelato i miei satori e ho lasciato il movimento potrei tentare la via della prima Guru Transgender del mondo (credo, prima). Ne avrei di carte da giocare, almeno sull’equanimità di trattamento tra uomini e donne. Anche perché il secondo satori ha modificato il mio atteggiamento radicale antimaschilista. Per le cose che ho scritto fino a pochi mesi fa, era difficile distinguere il giusto antimaschilismo dall’errato “antimaschio”, che traspariva dalle mie parole. Oggi avrei altro da dire sul tema, se parlassi a persone e non a masse indistinte (seppur minuscole). In passato dovevo “esagerare” per sperare di attirare attenzione sul “mostro” maschilista da sconfiggere.
Potrei far discepole/i? Potrei iniziare persone che lo volessero? Qualcosa avrei da dare, ne sono sicura. Alcun* trans lo sanno per via del mio comportamento, negli anni del mio “secondo” primo satori.
Potrei ma mi manca la voglia e la capacità di “vendermi”, di cercare quei compromessi che servono all’inizio per farsi capire…
Inoltre il mio corpo è più malato di quanto non fosse quello di Osho, o fragile quanto quello di Gesù e con esso convivrò fino alla morte.
Alla fine potrei non far nulla o continuare a scrivere blog e libri auto pubblicati che – se non si perderanno nel nulla – saranno davvero capiti post mortem… o forse saranno fraintesi o cadranno nell’oblio. A meno di non essere cercata con le giuste motivazioni. Attualmente le mie “parole” sono pressoché ignorate (a parte qualche decina di persone) e quindi le mie poche energie le spenderò per chi davvero mi vorrà come amica o consigliera (fa più figo counsellor, lo so).
Guru che sia o meno, sono tante le persone che potrei iniziare ad una visione diversa della vita e anche dell’impegno sociale in ambito LGBTQI.
Ho, oggi, 50 anni e due satori. Non solo questo, ovviamente.
In fin dei conti sono ai primi esordi di una nuova personale rivoluzione (che poi vuol semplicemente dire: un giro nuovo intorno alla fonte) e non ne conosco ancora precisamente i contorni. So che avrà a che fare con i passaggi di Osho citati e niente di più.
Per chi legge, ne sono consapevole, sarà più semplice pensare: «questa si è fottuta totalmente il cervello», magari, da parte di alcuni, anche amorevolmente e compassionevolmente. Sarà più facile mettersi il cuore in pace e smettere anche di leggermi (per chi già non l’ha fatto perché «sei troppo lunga… non ho tempo per leggerti »).
E poi, in fin dei conti, sebbene sappia prevedere l’evoluzione più probabile di molte cose che conosco, non sono assolutamente in grado di vedere nel futuro, in generale.
Quindi quel che sarà, sarà. Il tempo, si sa, è severo maestro.
Con libertà e amore.
Mirella “Shanti Prashna” Izzo
