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domenica 15 giugno 2008

L'ONIG (OSSERVATORIO NAZIONALE SULL'IDENTITA' DI GENERE) CI RIPENSA?

STANDARD DIAGNOSTICI E DI CURA ITALIANI E TUTTO D'UN TRATTO ARRIVERANNO I "NUOVI" PROTOCOLLI ITALIANI?

Per chi fosse a digiuno, la storia è lunga e proverò a raccontarla in estrema sintesi. In Italia, da molti anni, sono in vigore, nel 90% dei Centri medici che seguono le persone transgender (terapia ormonale ed eventuale relazione di "ok" per l'intervento sui genitali per chi intende operarsi), dei protocolli di diagnosi e cura "ideati" da un ente privato il cui nome è Onig (Osservatorio Nazionale sull'Identità di Genere).
A questo osservatorio aderiscono la maggior parte dei centri clinici pubblici e privati di tutta Italia ed inoltre, la maggior parte delle Associazioni Trans Italiane, con l'eccezione di AzioneTrans (ed anche della ex Crisalide).
Perché noi non abbiamo mai aderito? Perché contestiamo all'Onig di avere introdotto dei protocolli (o linee guida o standard of care) di diagnosi e cura che violano un tot di leggi, che introducono una sorta di "abuso della professione medica" da parte degli psicologi e che soprattutto includono una sorta di psicoterapia coatta (contraria alla base stessa del concetto di psicoterapia, perché posssa ritenersi strumento utile).
Inoltre, anche volendolo, per iscriversi all'ONIG è necessario condividere gli stessi protocolli di cura. Chiunque sia iscritt* di fatto deve approvare quei protocolli.
Il fatto che Marcella di Folco, presidente del Movimento Identità Transessuale (MIT) sia vicepresidente nazionale anche dell'Onig spiega che questi protocolli, di fatto, allungando all'infinito la fase diagnostica che è lasciata all'arbitrio di uno psicologo a tempo indeterminato (prima violazione di legge), procura un bell'aumento di capitali da fornire a quei centri che praticano tali protocolli. Guarda caso il MIT ne gestisce uno a Bologna molto conosciuto e finanziato pubblicamente. Tanto più le persone restano in "diagnosi" tanto più aumentano le spese e quindi anche le richieste di finanziamento. Di questo abbiamo già più volte detto. Le Ass.ni non dovrebbero mai gestire in proprio Centri di diagnosi perché entrano in conflitto d'interessi. Diversi sono consultori di accompagnamento, gruppi di auto mutuo aiuto, ecc. ma non sostituirsi al Sistema Sanitario Nazionale con centri che poi diventano pure ghetti. Come a dire che per noi il SSN non esiste e quindi si finanziano alcune ass.ni perché facciano quel che non fa lo Stato.
In realtà molti centri medici in Italia seguono gratuitamente le persone trans e non si comprende la ragione di questi consultori privati, se non come sistema di acquisizione di consenso e di denaro.
Quindi la polemica è grande e ha portato ad una incomunicabilità fra Crisalide prima e AzioneTrans ora ed il MIT ed altre ass.ni che ambiscono a tali strutture.
Ma cosa hanno di così terribile questi protocolli italiani? Per chi voglia approfondire l'argomento, rimando alla lettera (e relativo comunicato stampa)che AzioneTrans inviò a vari indirizzi e che - pezzo per pezzo - dimostrava le contraddizioni di questi "standard" con alcuni passaggi che noi riteniamo illegittimi e lesivi della persona umana. Tutto questo, attraverso la comparazione degli stessi con i protocolli della World Professional Association for Transgender Care (WPATH), ex Harry Benjamin Foundation, redatti da professionisti di tutto il mondo e considerati in tutto il mondo civile (quindi eccetto l'Italia) gli standard internazionali.
Molte sono le differenze fra i due protocolli. Una su tutte è quella che brevemente riassumo qui, per chi non ha voglia di leggersi la lettera di cui sopra. Di fatto la nostra condizione umana di transgender viene considerata una patologia psichiatrica in tutto il mondo. Ci piaccia o non ci piaccia è così. Esiste una battaglia di tutte le ass.ni transgender nel mondo civile contro questa impostazione diagnostica... ovviamente mondo civile che esclude l'Italia dove invece le ass.ni mai hanno fatto una battaglia contro la psichiatrizzazione della nostra condizione, altrimenti addio Centri diagnostici privati più o meno gratuiti e più o meno finanziati.
In ogni caso finché questa è la realtà, chi dovrebbe farci la diagnosi è ovviamente un medico psichiatra. Lo psichiatra, per diagnosticare una patologia non ci mette mai anni. Di norma ha strumenti che gli consentono diagnosi nell'arco di pochi mesi anche in casi di patologie ben più reali e gravi della presunta "nostra". In Italia questo compito è invece stato lasciato agli psicologi (non obbligatoriamente laureati in medicina) che utilizzano la psicoterapia. I protocolli italiani stabiliscono un periodo MINIMO di sei mesi di psicoterapia prima di avere una diagnosi e quindi l'accesso alle terapie ormonali. Conosciamo casi di persone tenute per due anni in psicoterapia, senza uno straccio di diagnosi (fosse anche negativa, ma che vi sia). Chi si ribella a questo stato di cose viene di fatto minacciato con il fatto che questa è l'unica via per arrivare alla terapia ormonale e che se si interrompe la psicoterapia nessun centro medico autorizzerà mai l'inizio della terapia ormonale. Di fatto un ricatto bello e buono di fronte a persone per le quali, iniziare la transizione è la fine di un incubo lungo spesso decenni.
I protocolli internazionali invece per la diagnosi degli adulti prevedono un passaggio dallo psichiatra (fondamentalmente per escludere patologie psichiatriche che possano minare la capacità di intendere e volere) e l'inizio della terapia ormonale. In rari casi di dubbio lo psichiatra può chiedere un periodo LIMITATO (deve proprio indicare per iscritto quante sedute e il motivo dei suoi dubbi) di analisi psicologica che - secondo noi - dovrebbe comunque accompagnare l'inizio della terapia ormonale e non bloccarla. Anche perché è noto che i primi tre-sei mesi di terapia ormonale sono reversibili, al contrario di quanto dichiara l'ONIG per giustificare le eterne permanenze in fase di diagnosi.
Molte bugie sono contenute nei protocolli italiani per giustificare la psicoterapia coercizzata, ma per questo rimando alla lettera.
Ma perché ho raccontato tutto questo? Perché già dopo la lettera uno dei centri onig più importanti, il SAIFIP di Roma, aveva promesso una revisione dei propri protocolli; promessa che poi svanì nel nulla. Poi, recentemente, è arrivata un'intervista alla nostra Francesca Busdraghi con qualche mia dichiarazione aggiuntiva, pubblicata su Liberazione dove si poteva intuire l'intenzione di sottoporre questi protocolli ad un vaglio della magistratura.. e... tutto d'un tratto... a pochi giorni di distanza, arriva una email a Francesca, segretaria naz. di AzioneTrans, di un noto Centro Onig italiano, una persona onesta e per bene, nonostante l'adesione a protocolli sbagliati (ma loro non abusano dei "sei mesi" rinnovandoli in eterno), un professore medico di cui non riveliamo il nome per motivi di privacy che però sostanzialmente notifica a Francesca (quindi ad AzioneTrans, visto il suo ruolo) una novità inaspettata.
Dice l'email:

Cara Francesca Busdraghi, La informo che l’ONIG ha nominato al suo interno una commissione (di cui fanno parte anche esponenti del MIT) che ha il compito di rivedere le linee guida a cui fanno riferimento i vari servizi a cui si rivolgono le persone che fanno richiesta di riassegnazione chirurgica dei caratteri sessuali.. Queste linee guida, che tengono conto dell’esperienza maturata dall’ONIG e si rifanno ai principi ribaditi dalla World Professional Association for Transgender Health accolgono alcune delle istanze da lei avanzate e sono finalizzate a garantire il rispetto della persona e la tutela della salute delle persone trans che si accingono a sottoporsi a interventi medici e/o chirurgici. Saluti cordiali. Prof. (omissis)
Oh hoooo! Cosa ha rotto l'ostracismo verso le nostre posizioni? Convinzione della giustezza delle nostre istanze o consapevolezza e paura che gli attuali protocolli sianodavvero illeciti come noi sostenevamo anche con l'ONIG?
Sappiamo che la lettera aveva già provocato un po' di subbugli all'interno di qualche "Società" di medici specialisti, sapevamo che all'interno dell'Onig si era necessariamente aperta una discussione, pur non avendo mai ricevuto una risposta. L'invio dell'email a Francesca piuttosto che a me, in qualità di Presidente, fa capire che è l'articolo pubblicato su Liberazione (oltre che un impegno personale su questa specifica battaglia, condotta negli ultimi mesi dalla nostra segretaria nazionale) ad avere fatto traboccare il vaso.
Su questi protocolli non si poteva più stare fermi di fronte ad un'associazione che minacciava di andare fino in fondo (e l'avremmo fatto o lo faremo se la montagna partorirà un topolino).
Di certo non ci tranquillizza la presenza di esponenti del MIT per questa revisione, perché, come già detto, il conflitto di interessi in cui si trova de facto, non garantisce che quest'associazione si batta perché in Italia si faccia come nel resto del mondo: si applichino i protocolli WPATH.
Ovviamente AzioneTrans non è stata invitata al tavolo della Commissione. Non siamo iscritti e - di più - neppure potremmo farlo anche volendolo perché da poco, l'Onig ha inserito come pre requisito per l'iscrizione, l'adesione ai protocolli che noi contestiamo (sic!).
Facciano come vogliono ma sappiano fin d'ora una cosa.
Qualsiasi pastrocchio all'italiana che cerchi di salvare capra (il business degli psicologi) e cavolo (i diritti delle persone trans ad una diagnosi rapida, come nel resto del mondo), non cambierà di una virgola il nostro atteggiamento e la nostra intenzione di arrivare ad un giudizio super partes su questi protocolli.
Quel che noi chiediamo è l'applicazione integrale di quanto scritto nella pluri citata lettera. Non una virgola di meno.
Considero l'email di provenienza Onig, una vittoria della sola AzioneTrans e non del movimento transgender italiano, perché siamo sempre stat* sol* in questa battaglia. O meglio una potenziale vittoria perché non abbiamo l'abitudine di "dire quattro se non è nel sacco" e appunto attenderemo, volenti o nolenti, alla finestra il "difficile parto" che si accinge a fare l'ONIG. Difficile perché applicare i protocolli internazionali significa ridurre quasi a zero alcune competenze che si sono costruite la carriera sulle nostre spalle. La psicoterapia dovrà essere un sostegno su base volontaria (come è ovvio che sia!!!!) e alcune carriere, alcuni finanziamenti si perderanno A FAVORE delle persone transgender che hanno bisogno di protocolli di diagnosi, non di trattamenti che di norma si applicano solo alle persone dichiarate incapaci di intendere e di volere!

Un dettaglio tragicomico. Una volta, parlando con l'attuale presidente ONIG in via informale, mentre contestavo la psicoterapia coercitiva, mi rispose: "ma non è psicoterapia... è solo un accompagnamento psicoterapeutico". Peccato che se davvero si trattasse di accompagnamento, sarebbe su base volontaria perché con il ricatto dell'ok alla transizione, il 90% delle persone trans che vanno in psicoterapia, pur di non rischiare di avere un "no", danno risposte che corrispondono alle aspettative dello psicoterapeuta più che raccontare la verità. Ed è questa la ragione principale per la quale una psicoterapia può funzionare solo se volontaria, solo se non ne conseguano "punizioni" o "premi". Una cosa elementare per ogni laureato in psicologia.. ma i soldi sono soldi... Poi magari ci si scrive qualche libro... Solita solfa italiana.
Ma visto che non ci vogliono "dentro" la commissione, anche solo come osservatori di chi contesta i loro protocolli, facciano quel che vogliono, cambino come meglio credano i protocolli italiani.
Per noi saranno ben accetti solo laddove ricopieranno quelli internazionali.
Vedremo cosa accadrà, ma tutta la vicenda dimostra che di AzioneTrans c'è bisogno e che le persone trans (ma non solo) forse dovrebbero darci un po' più sostegno di quanto non facciano, per darci forza ed impulso morale ed economico (noi che non abbiamo finanziamenti per consultori), attraverso l'iscrizione. Anche per questo, vedremo.
Mirella Izzo

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